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Casa di Pronta Accoglienza: per ritrovare la dignità

Sonia Pernich, Responsabile pedagogica della Casa di Pronta Accoglienza

Sonia Pernich, Responsabile pedagogica della Casa di Pronta Accoglienza

<Parlare di responsabilità sociale è fondamentale>, dice Sonia Pernich, responsabile pedagogica della Casa di Pronta Accoglienza. <Se i lavoratori hanno la possibilità di mostrare le proprie competenze professionali in un clima di rispetto, stima, fiducia, flessibilità, risposte anche a bisogni non solo professionali, si lavora meglio. Certo, più che parlarne sarebbe sempre meglio passare all’azione. Più che parlare di responsabilità sociale credo che sia importante agirla. Qui a Saronno, il “fare” prende sempre il sopravvento sul “racconto”. Perché la Casa è un luogo dove prendono forma i progetti di promozione ed emancipazione sociale della donna e dei suoi figli. In accordo con i servizi sociali e con il Tribunale per i minorenni laddove ci sia un provvedimento giuridico a tutela dei piccoli.

Come si applica la responsabilità sociale all’Associazione Casa?

Attraverso una chiarezza su “chi fa che cosa”. Una volta definite e conosciute le competenze e le funzioni di ciascuno, responsabilità significa attenersi il più rigidamente possibile a ciò che si deve fare e affidarsi, se ci sono difficoltà, a chi di dovere. Rispettando la gerarchia, che dev’essere molto visibile all’interno di ogni organizzazione.
Si parte dall’informazione, poi si procede con la formazione.

E’ complicato essere “responsabili”?

Molto. E’ difficile essere imparziali, giusti, informati, competenti, abili, esemplari. E poi è molto difficile coniugare gli aspetti umani con quelli più economico-finanziari. Siamo una onlus, quindi senza scopo di lucro, ma dobbiamo ugualmente far quadrare il bilancio. Di fronte ad un dipendente che presenta un certo bisogno, devo dare una risposta di accoglienza contestualizzata ai bisogni dell’azienda. Perché se soddisfo questi, garantisco il lavoro anche al dipendente.

Come fa a far quadrare i conti?

Veramente non quadrano mai. Accogliamo casi di disagio sociale di minorenni: i comuni di residenza di questi ospiti ci attribuiscono una retta calcolata sulla base delle spese vive in relazione al numero di ospiti. La retta giornaliera è, per esempio, al lordo degli imprevisti e della richiesta del servizio in un preciso momento storico. Ora i comuni, date le loro difficili situazioni di bilancio, fanno solo interventi quando sono obbligati e con scelte che riguardano molto i livelli di tipo economico. Solitamente si sceglie la struttura che costa meno: il costo di una comunità è strettamente legato alla quantità e alla qualità del personale dipendente e alla presenza di servizi clinici e terapeutici interni alla struttura.

Il ruolo della Casa di accoglienza?

Offriamo un servizio educativo residenziale per mamme e figli quali primi soggetti di tutela. Ci concentriamo sulla cura e il recupero della coppia mamma-bambino in presenza di patologie borderline, disturbi psichiatrici, di tossicodipendenza o povertà socio culturale. Il nostro personale educativo opera 24 ore su 24 per 365 giorni all’anno garantendo vitto, servizio sanitario, strumenti di psicodiagnosi, progetti scolastici di accompagnamento, servizi educativi personalizzati, progetti di apprendimento, corsi di formazione lavoro.
La figura più ricercata è quella dell’educatore professionale.

Dove comincia la responsabilità e quanto è difficile mantenerla nel tempo?

Comincia quando l’azienda si rende conto che il dipendente dev’essere sostenuto sotto il profilo psicologico, formativo e assicurativo nel momento in cui si interfaccia con le difficoltà degli ospiti accolti. Sostenere e supervisionare il lavoro delle educatrici significa garantire l’aiuto e il sostegno per gli ospiti accolti. Mantenere questo impegno è un investimento doveroso ed oneroso ma assolutamente necessario.

Come è cambiato il “lavoro responsabile”, dal 1986 – data della fondazione della onlus – ad oggi?

E’ cresciuta la struttura perché sono cambiati i bisogni e se ne sono sviluppati di nuovi, c’è maggiore competitività, le risorse sono diminuite.
La responsabilità è aumentata, e non possono mancare le conoscenze in marketing sociale per inventarsi risposte alternative ai bisogni.
Oggi è la struttura che deve andare all’esterno, conquistarsi visibilità e credibilità.

Mai capitato di volersi arrendere?

Sì, più di una volta, ma sono momenti passeggeri. I legami forti e gli investimenti profondi non si lasciano.

L’aspetto più piacevole della casa accoglienza?

Si tratta di un ambiente familiare di affetti reciproci: siamo tutte donne (dodici con un ‘età media di trentatre anni), quindi ci si aiuta e si condividono aspetti culturali, professionali e personali. Lavorare in comunità significa anche condividere la quotidianità, abitare la struttura, i rapporti, ciò che accade e si dice.

Quali i risultato ottenuti sino ad oggi?

Siamo orgogliosi di prendere in carico le persone nella loro totalità, considerando tutti i loro bisogni: dalla protesi dentaria all’unghia incarnita, dal parlare con lo psicologo degli abusi subiti , dall’imparare a preparare un pranzo all’acquisizione della patente.
Riconquistare la dignità e la libertà responsabile: è questo l’ obiettivo verso cui accompagniamo i nostri ospiti.

La vostra responsabilità è condivisa dalle istituzioni del territorio?

E’ condivisa, certo! Pur essendo anche pretenziose, insistenti e pignole possiamo ritenerci valide professioniste dipendenti di una organizzazione solida e responsabile che rappresenta oggi una valida risorsa per tutto il territorio.


CASA DI PRONTA ACCOGLIENZA
Via Machiavelli, 44
21047-  Saronno
Tel. 02 96709499
info@casadaccoglienza.it
www.casadaccoglienza.it

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