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WeMake, you make: come darsi un lavoro

Costantino_BongiornoI Fablab e il digital manufacturing: un legame naturale che si realizza nel mettere in relazione fra loro gli istituti universitari con le imprese. E’ per questo che all’evento dell’8 maggio a Milano, con Confartigianato Varese, PwC e Il Sole 24 Ore, ci sarà anche Costantino Bongiorno, co-fondatore del makerspace WeMake, uno spazio aperto dove tutti possono seguire le proprie aspirazioni e trovare la giusta strada per dare un senso, e una forma, alle loro idee.

Costantino, perché avete pensato di fare di WeMake un punto di riferimento per design e moda?
Perché molto di quello che accade a Milano ogni giorno si muove intorno a questi due temi e perché un oggetto che si indossa è customizzato per eccellenza; una specie di oggetto-abito: al WeMake si fa anche questo. Il bello è che a fondare questo makerspace siamo stati io e Zoe Romano, due outsider del pret-a-porter e di tutto quello che è moda. Io ho una laurea al Politecnico di Milano mentre Zoe è laureata in filosofia con un’attenzione particolare al campo della moda critica. Cosa fa WeMake? Permette alle persone di lavorare insieme, perché dopo la crisi economica il mercato del lavoro è completamente cambiato e così pensiamo che una possibile soluzione alle difficoltà sia quella di assumerci tra di noi. D’altronde design e moda sono da sempre due mondi attraenti che però, proprio per questo loro fascino, spesso lasciano spazio allo sfruttamento e all’autosfruttamento delle persone.

A chi si rivolge WeMake e chi lo frequenta abitualmente?
Tutti coloro che hanno bisogno di macchine per realizzare le loro idee in modo professionale o semi-professionale. I cosiddetti lavoratori creativi (designer, artisti, sviluppatori di software) e studenti: c’è chi prototipa per una produzione limitata e chi deve portare il pezzo per discutere la tesi universitaria. In un makerspace ci si può permettere di realizzare piccole collezioni e piccolissime produzioni, ovviamente a basso costo e passando velocemente dal file al progetto o dal file al prodotto. Inoltre la digital fabrication permette di differenziare notevolmente la produzione – si passa dal singolo pezzo alla serie industriale – senza dover stravolgere il processo produttivo.

L’attività del Fablab é legata alle specifiche caratteristiche del territorio in cui si trova. WeMake offre una concreta opportunità lavorativa per chi si avvicina a queste tecnologie?
Ci sono due modalità per generare fatturato: la prima è quella di diventare autoproduttori, cioè invento un oggetto, lo prototipo, lo costruisco ed è mio; l’altra modalità, quella che segue WeMake, è di mettere a disposizione per aziende e start up un Know-how che loro non hanno e che gli permette di integrare tutti gli step di produzione digitale al loro interno.

Qual è il punto di congiunzione tra Fablab, imprese e università?
I Fablab sono un ingranaggio di una macchina più grande dove l’università rappresenta la ricerca (purtroppo sempre meno applicata), i Fablab sperimentano e le imprese applicano. Con l’evento dell’8 maggio a Milano stiamo dimostrando che è possibile dare vita in modo prototipale ad una rete che ci auguriamo possa essere portata a sistema. I Fablab possono essere un interessantissimo snodo per fare trasferimento tecnologico alle aziende in un modo molto diverso da quanto si faceva tradizionalmente. Non vendiamo tecnologie, ma ci inventiamo processi modificando le macchine o costruendocele.

Come riesce WeMake a mantenere la propria sostenibilità finanziaria?
In tre modi diversi: con i makers che utilizzano il Fablab come se fosse una palestra, con i corsi di formazione e poi – ciò che interessa di più a WeMake – collaborando con le imprese per inventarsi cose nuove e farle funzionare.

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