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Home Faccia pulita e colletto bianco. La criminalità fa i conti con il Nord

Faccia pulita e colletto bianco. La criminalità fa i conti con il Nord

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Università di Padova, dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali “Marco Fanno”: il professore Antonio Parbonetti (pro-rettore), con Michele Fabrizi (ricercatore universitario) e Patrizia Malaspina (assegnista di ricerca) presenta uno studio che fa pensare. Scientifico e, proprio per questo, capace di investigare nel profondo la connessione tra criminalità organizzata e imprenditoria nel Nord Italia. I numeri sono da capogiro: 643 aziende interessante (Spa e Srl), 2.500 osservazioni, 120 operazioni condotte dall’antimafia tra il 2005 e il 2014 con 1.567 soggetti condannati per il reato di associazione a delinquere di stampa mafioso in primo grado.

La mafia tra i colletti bianchi – quella arrivata al Nord – è più pericolosa di quella del Sud?
In realtà sono le stesse, perché la pericolosità e la violenza sono uguali. Una sola differenza: al Nord i criminali si presentano come imprenditori o professionisti, e operano nel tessuto economico per entrare direttamente in quello politico e sociale con la “faccia pulita”.

Lo studio risale al 2016: quali i dati che preoccupano di più?
Partendo dalle sentenze di primo grado dei soggetti condannati per mafia, siamo risaliti alle aziende in cui questi soggetti erano azionisti o amministratori. I dati che preoccupano sono due: un quarto dei soggetti non è stato condannato per reati associati a realtà criminali come droga, armi o prostituzione ma perché ha gestito attività economiche a favore delle organizzazioni criminali. Siamo abituati a pensare a una mafia secondo tradizione, qui invece ci troviamo di fronte a organizzazioni che si sono evolute, anche sotto il punto di vista della presentabilità. E questo denota una capacità di radicarsi sul territorio e di creare rapporti importanti. Il secondo dato è che metà delle aziende che abbiamo individuato le abbiamo definite “star”: hanno fatturati più che buoni e sono più grandi della media.

Come si muovono?
Il punto di forza è la reputazione legata alle figure dell’imprenditore e dell’amministratore, gente di successo e responsabilità perché dovrebbero lavorare anche per il benessere della comunità e del territorio. Persone che hanno una visibilità ampia e che, per questo, entrano in contatto con enti e istituzioni con il potere di fare richieste per la loro azienda. Ma nessuno sa che dietro di loro c’è la criminalità organizzata.

Confartigianato Varese ha lanciato il tema del rispetto delle regole: non rispettarle è comodo?
Si aggirano le regole per ottenere un reddito immediato, per recuperare i crediti, per smaltire i rifiuti in modo facile e poco oneroso, per aggiudicarsi un appalto. Accade soprattutto agli imprenditori in crisi: la voglia di risalire la china, di rilanciare l’attività, di fare in fretta. Anche di mantenere i posti di lavoro. Tutto parte da una richiesta di aiuto, non sapendo però che la criminalità usa le aziende per arricchire sé stessa e aumentare il proprio potere. Alcuni pensano che una situazione illecita di questo tipo sia marginale, e invece è l’inizio della fine.

Varese è terra di confine con la Svizzera. La vicinanza può incoraggiare un comportamento illegale
Diciamo che per la criminalità il territorio varesino potrebbe diventare più appetibile proprio per questa vicinanza. Però il punto è un altro: concentrarsi sugli effetti positivi che si ottengono se si eliminano dal mercato le imprese corrotte. Le imprese sane hanno un balzo economico, aumentano le loro performance (la redditività aumenta di circa il 20%), ne nascono di nuove. Tutti ne beneficiano.

Al primo posto per concentrazione di imprese criminali al Nord c’è la Lombardia. Perché?
La Lombardia è un territorio molto ricco quindi è più facile fare affari, uno dei principali mercati di sbocco legati ai proventi illeciti e si riesce a mimetizzare meglio un’azienda su questo territorio (altamente popolato di imprese) che, per esempio, in Campania. Poi c’è un altro fatto: negli anni Cinquanta e Sessanta il vostro territorio è stato interessato da molti mafiosi in confino obbligatorio. E questi, purtroppo, hanno fatto anche da testa di ponte per le infiltrazioni criminali.

Lei sostiene che «oggi, al Nord, la mafia si fa impresa»: cosa fare?
Innanzitutto condividere la consapevolezza che la criminalità non porta alcun beneficio, poi fare rete tra le aziende e dare un sostegno a chi cade in trappola. Si deve collaborare.

Le imprese di quali dimensioni pagano il prezzo più alto di questa illegalità?
Quelle più piccole, e ce lo potevamo aspettare. Un’azienda grande se la può cavare in tanti modi diversi, ha più risorse, alla peggio se ne va altrove. Ma chi al territorio ha agganciato la propria produttività, è in pericolo. E anche se all’Università non ci abbiamo ancora lavorato, gli effetti della criminalità sul territorio e sulla collettività sono deleteri: questo è logico.

Lei parla di “mimetismo” delle imprese mafiose e della mafia come “service” di imprenditori che non sono mafiosi: la crisi economica ha facilitato l’aumento di questi fenomeni?
L’infiltrazione dei fenomeni mafiosi e il loro radicamento sul territorio era già presente anche prima della crisi. Negli anni più bui della recessione, qualche imprenditore in più ha immaginato che la criminalità potesse fornire una scorciatoia per ritornare a performance importanti. Una spinta all’illegalità la crisi l’ha data, certo.

Se dovesse parlare di fronte ad una platea di piccoli imprenditori, quali consigli darebbe?
Stare alla larga da questi soggetti: una volta che si attaccano è finita.

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