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Home Canton Ticino, il bengodi in busta paga c’è. Ma in Italia non vale più come una volta

Canton Ticino, il bengodi in busta paga c’è. Ma in Italia non vale più come una volta

frontalieri

Continua il reportage di Confartigianato Imprese Varese alla scoperta delle relazioni che intercorrono l’area del Luinese e della Valcuvia e il Canton Ticino. In questa seconda puntata, in particolare, abbiamo cercato di capire come venga vissuta questa vicinanza da chi abita queste zone. L’obiettivo è costruire un vero e proprio dossier, dal quale partire per costruire un’azione di stimolo politico-istituzionale a beneficio delle imprese che operano nel comparto dopo la Tavola Rotonda di “Imprese per il territorio” dell’11 luglio scorso.

A Lugano, Fabio Franceschini (responsabile dell’Ufficio luganese della Camera di Commercio Italiana per la Svizzera) e Gianmarco Torrente (della Fideconto Consulting Sa) lo avevano detto: i frontalieri italiani sono una ricchezza. Ovviamente per le aziende rossocrociate. Tra Ponte Tresa (1.500 frontalieri su 5.700 abitanti), Luino e Porto Ceresio il flusso al di là del confine somiglia ad una marea.

Gli italiani che ogni giorno raggiungono la Confederazione, secondo dati di Confartigianato Lombardia, sono 63mila. Da Lombardia e Piemonte partono circa cinquemila imprenditori e più di 100mila lavoratori.

L’inchiesta di Confartigianato Imprese Varese, che triangola sui maggiori centri del frontalierato, raccoglie quello che è normale pensare: «Si guadagna bene, forse come italiani non si è trattati benissimo, ma gli stipendi sono d’oro», dicono le persone. Nei centri storici, per le strade, sulle arterie che collegano queste valli al resto della provincia di Varese le persone non hanno dubbi: «Il territorio sta diventano povero? Non possiamo dare la colpa solo alla Svizzera». Stipendi, dunque. Chi oltreconfine lavora nella ristorazione, nelle attività amministrative, nel manifatturiero o nella riparazione autoveicoli percepisce (ed è considerato un salario medio) tra i 3.500 e i 3.700 franchi. Nel commercio si sale ai 4.043 mentre nelle costruzioni, nella sanità, nelle attività scientifiche e tecniche si oscilla tra i 5.500 e i 5.600 franchi. Inutile dilungarsi: per un giovane che in Italia sente odore di disoccupazione la Svizzera è il Paese di Bengodi. Volete altri esempi? Basta consultare questo sito nuovo di zecca.

SI COMINCIA A TIRARE LA CINGHIA
Parlando con i commercianti, la valutazione benevola nei confronti del Cantone assume sfumature diverse: «Spendono? Certo che spendono. I frontalieri prendono i soldi di là e li usano qui. Ma poi ci sono anche gli svizzeri, che con il cambio sono favoriti e in Italia tutto costa meno. Poi una volta arrivati alla frontiera scaricano l’Iva: meglio di così». Non è vero per tutti: «Non è più come qualche anno fa: anche in Svizzera è arrivata la crisi e si rischia il licenziamento. Ma non come in Italia: là te lo dicono un giorno prima e poi ti fai lo scatolone con le tue cose». Ma c’è dell’altro, e sono i centri commerciali a basso prezzo che sono arrivati anche in Svizzera: «Il Made in Italy, il prodotto pregiato e di buona fattura, perde terreno: anche qui a Luino sono arrivate le grosse catene per assecondare quello che chiedono gli svizzeri».

Insomma, i frontalieri risparmiano ma lo fanno anche gli svizzeri. Lo sa bene chi vende articoli sportivi e di abbigliamento, chi ferramenta, casalinghi o calzature. Tutti d’accordo? No. A chi dice che «anche gli svizzeri hanno paura, qualche azienda chiude anche nel Cantone e neppure i frontalieri, ormai, hanno più la certezza di un posto fisso per tutta la vita», fa eco chi è contento di questo frontalierato «che fa diventare ricca la città».

COSA CI GUADAGNA L’ITALIA?
Il tormentone “spendono-non-spendono” invade questi luoghi dove tedeschi, francesi, danesi hanno soppiantato le antiche glorie del turismo milanese. E il dualismo è irrisolvibile: da un lato i Comuni che, grazie ai ristorni sui frontalieri, rimpinguano le loro casse e dall’altro lo svuotamento di forza lavoro che appena può prende la macchina e supera il confine. «Lei cosa farebbe? – ci dicono in tanti – Per i ragazzi, la Svizzera rappresenta un riscatto e un’inclusione sociale: se non lavori, se non puoi spendere, sei tagliato fuori». E allora ecco il confine, che ora non è più e solo territoriale: «E’ una questione di benessere: averlo o non averlo, fa la differenza». E in Canton Ticino si va proprio per questo. Il problema è: cosa resta all’Italia?

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