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Luce, gas e autostrade, scattano gli aumenti. E il conto della ripresa rischia già di non tornare

tariffe-luce-per-risparmiareL’elenco è lungo perché, se è vero (e lo è) che luce e gas presenteranno il conto più salato, anche i pedaggi autostradali subiranno ritocchi al rialzo – in alcuni casi tutt’altro che ininfluenti – così come aumenti arriveranno anche alle voci assicurazioni auto, trasporti pubblici, tariffe postali, costi bancari e, in taluni casi, Tari.

Se, infatti, da molti il 2018 è considerato l’anno del consolidamento dell’ancora timida ripresa congiunturale, ad oggi quello di cui tocca prendere atto è che il nuovo anno alleggerirà de facto il portafoglio di famiglie e imprese già da Capodanno.

ENERGIA E GAS
Tanto per cominciare, basterà dare un’occhiata alle bollette di luce e gas per masticare amaro: l’Autorità per l’energia elettrica, il gas e il sistema idrico ha infatti annunciato che, dal primo gennaio, una famiglia tipo non ancora entrata nel mercato libero dovrà mettere in conto aumenti pari al 5,3% per le forniture elettriche e del 5% per quelle del gas. Stesso discorso per le Pmi, per le quali il tasso d’incremento varierà tra l’1,2% per una bolletta media annua da tremila euro circa (12mila Kwh consumati) e il 9,11% per consumi pari a 120mila Kwh all’anno e bolletta media di 22mila euro.

Nove le cause alle quali la stessa Authority attribuisce il picco d’inizio anno sul fronte dell’elettricità e dei relativi prezzi all’ingrosso dell’ultimo trimestre (+20% del prezzo unico nazionale a novembre rispetto ad ottobre). Tra queste, l’aumento delle agevolazioni concesse alle grandi industrie energivore. Una scelta il cui motivo è presto detto: per effetto della ripresa già intercettata nel 2017, le industrie hanno registrato aumenti dei consumi di energia pari all’8%, e poiché l’elettricità stessa non è a buon mercato, i colossi energivori hanno chiesto al Governo – ottenendole – agevolazioni per mantenere un tasso di competitività paragonabile ai competitor degli altri Paesi e per non trasferire armi e bagagli altrove.

Il conto finale di tali agevolazioni è ricaduto, però, nelle bollette di chi energivoro non è, e difficilmente potrà permettersi di delocalizzare la produzione oltreconfine per produrre a costi più accettabili.

LE NOVE CAUSE DEI RINCARI

  1. Ripresa dei consumi (con la domanda elettrica in Italia cresciuta dell’1,6% nei primi undici mesi del 2017)
  2. Prolungata indisponibilità di alcuni impianti nucleari francesi, con annessa crescita delle quotazioni dell’elettricità all’ingrosso nel mercato oltralpe e riduzione dei volumi importati dalla Francia
  3. Limitazioni nei transiti di elettricità nella rete italiana, specie nel Sud Italia, con riduzione dell’efficienza complessiva del sistema
  4. Minore disponibilità di energia idroelettrica nazionale, causata dalla grande siccità del 2017
  5. Aumento stagionale dei prezzi all’ingrosso del gas a livello europeo
  6. Aumento della componente legata al dispacciamento (ovvero alla componente destinata a mantenere adeguato e in equilibrio il sistema elettrico)
  7. Aumento degli oneri legati alle risorse interrompibili per la sicurezza del sistema elettrico
  8. Incremento dei costi per le Unità essenziali alla sicurezza
  9. Innalzamento degli oneri generale di sistema determinato dall’incremento delle agevolazioni concesse alle grandi industrie manifatturiere energivore deciso dal ministero dello Sviluppo Economico.

In base agli indirizzi di Governo e Parlamento, in considerazione dell’onere associato alle nuove agevolazioni, l’Autorità ha distribuito la maggior raccolta necessaria a finanziare le agevolazioni perlopiù sui clienti con consumi annui alti, per tutelare gli altri. Solo il 30% del maggior onere verrà dunque fatto gravare sui consumi inferiori ai 1.800 kWh/anno (famiglie) mentre il restante 70% finirà in capo ai consumi superiori a tale soglia (imprese non energivore, perlopiù Pmi).

Per quanto riguarda il gas, i rincari sono legati alla crescita della componente “materia prima”, ovvero all’aumento delle quotazioni all’ingrosso nel prossimo trimestre, determinato dallo strutturale incremento della domanda nei mesi invernali, alla riduzione del 50% della capacità di utilizzo del gasdotto Tenp (il gasdotto che collega i giacimenti olandesi all’Italia), in fase di manutenzione e all’incremento della componente relativa al trasporto. A parziale consolazione valga ricordare che gli aumenti verranno in parte controbilanciati dalla riduzione, con azzeramento, della componente per la gradualità nell’applicazione della riforma delle condizioni economiche del servizio di tutela.

APPROFONDIMENTI

Dal 1° gennaio 2018, il prezzo di riferimento dell’energia elettrica per il cliente tipo sarà di 20,626 centesimi di euro per kilowattora, tasse incluse, così suddiviso:

Spesa per la materia energia:

  • 8,35 centesimi di euro (40,48% del totale della bolletta) per i costi di approvvigionamento dell’energia;
  • 1,67 centesimi di euro (8,12%) per la commercializzazione al dettaglio.

Spesa per il trasporto e la gestione del contatore:

  • 3,87 centesimi di euro (18,75%) per i servizi di distribuzione, misura, trasporto, perequazione della trasmissione e distribuzione, qualità.

Spesa per oneri di sistema:

  • 4,05 centesimi di euro (19,65%) per gli oneri generali di sistema, fissati per legge.

Imposte:

  • 2,68 centesimi di euro (13,00%) per le imposte che comprendono l’IVA e le accise.

Semplificando, il 60% di quanto famiglie e aziende si ritrovano a saldare in bolletta è rappresentato da oneri, imposte e balzelli vari mentre il costo della materia prima non supera il 40% dell’importo.

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Che fare per limitare la stangata? Un sostegno al caro-bolletta, per le imprese e non solo, può arrivare dal Cenpi – Confartigianato Energia per le Imprese – che opera come gruppo d’acquisto ed è pertanto in grado di individuare i fornitori migliori e ottenere i prezzi più convenienti. L’adesione al Cenpi è aperta tanto alle imprese quanto alle famiglie.

CARO PEDAGGIO
Certo è che, se ripresa sarà, le imprese non potranno attribuirla a gas ed energia ma neppure a un incremento di competitività generato dal trasporto su gomma che, ad oggi, non solo si conferma legato a infrastrutture che negli anni non hanno beneficiato dei miglioramenti sperati (su tutti, per l’area della provincia di Varese, valga il mancato completamento di Pedemontana) ma, dalla mezzanotte dell’ultimo giorno dell’anno, diventeranno addirittura più costose. Complici i rincari già decisi praticamente sull’intera rete autostradale nazionale: +2,74% la media dei ritocchi al rialzo, con sensibili differenza da regione a regione da operatore ad operatore.

Qualche esempio?  Pedemontana Lombarda: +1,70%; Milano Serravalle Milano Tangenziali Spa: +13,91%; Bre.Be.Mi: +4,69%; Teeem: +2,70%; Strada dei Parchi Spa: +12,89%; Satap Spa Tronco A4: 8,34%; Brescia-Padova Spa: 2,08; Autovie Venete Spa: 1,88%; Torino-Savona Spa: 2,79%. L’adeguamento tariffario annunciato da Autostrade per l’Italia sarà pari all’1,51%, giustificato dal «recupero del 70 dell’inflazione reale e la remunerazione dei nuovi investimenti effettuati». In rialzo anche Autostrade Meridionali (+5,98%). Record per la Aosta Ovest-Morgex: +52%.

Le conseguenze dirette i residenti in provincia le hanno già testate sui propri conti: il rincaro introdotto da Pedemontana Lombarda ha fatto alzare il pedaggio della tratta di tangenziale Gazzada-Vedano per le auto da 1,03 a 1,05 cent mentre sulla A36, utilizzare la tratta fra A8 e A9, costerà 3,18 euro, anziché 3,13.
Il pedaggio a Gallarate Nord è invece aumentato di dieci centesimi (Varese-Gallarate: 1,60 euro; Varese-Milano: 3,30 euro).

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