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Home Tre ragazzi e l’idea fissa: cambiare qualcosa. Mettersi in proprio è costruire il futuro

Tre ragazzi e l’idea fissa: cambiare qualcosa. Mettersi in proprio è costruire il futuro

team_2_lq«Eravamo quattro amici al bar, che volevano cambiare il mondo», cantava Gino Paoli. Nel caso della WatAJet di Besnate, invece, gli amici sono tre. Un tempo studenti al Politecnico di Milano, oggi laureati, ma anche loro con il pensiero fisso di cambiare qualcosa. Partendo da una tecnica già conosciuta e consolidata: il taglio di precisione a getto d’acqua.

Stefano Volpi è il portavoce del gruppo, e la domanda se l’aspetta: «No, se parliamo semplicemente di taglio ad acqua non si tratta di una novità. Quello che facciamo con la nostra start up, nata nel 2015, è di portare in una tecnologia sostanzialmente grossolana la precisione che serve, per esempio, ai settori del biomedicale e dell’orologeria: questo è il vero cambiamento». Nel campo dell’autoimprenditorialità, la differenza tra chi parte e chi resta al palo passa anche dalla capacità di osservazione dei mercati e del mondo: «Ci rivolgiamo ad una nicchia della nicchia e ci siamo chiariti da subito le idee: il nostro core business doveva essere, come in effetti lo è, la ricerca di prodotti innovativi in grado di portare a tecnologie innovative. Puntare all’avanguardia per ottenere qualcosa che avesse un valore intrinseco altamente tecnologico», insiste il giovane.

LA WATAJET: DAL PROTOTIPO AL PRODOTTO
A tre anni dalla costituzione, la WatAJet è in grado di passare dal prototipo al prodotto finale, anche per beni in “edizione limitata”. Ma il batticuore i tre amici ce l’hanno ancora, perché investire tutto quello che hai a ventotto anni fa paura. E quella te la tieni fino a quando non capisci che forse, perché il “forse” è d’obbligo, ci sono alcune condizioni che ti fanno pensare positivo.

Stefano e soci discutono e si confrontano. Per mettersi in proprio ci vuole un’idea, un progetto e un piano. Ma anche un documento per mettere su carta numeri e previsioni: da una parte il Business Model Canvas (un prospetto qualitativo) e dall’altro il Business Plan (un prospetto quantitativo). Continua Stefano: «A un anno e mezzo dalla sua stesura, il Business Plan era già da rivedere. Quello che avevamo ipotizzato per la nostra impresa sembrava essere del tutto sbagliato. I cambi si sono succeduti nel tempo e la nostra prima macchina da taglio è in arrivata in azienda sei mesi dopo il Business Plan riveduto e corretto. D’altronde la parte dedicata ai mercati non ci soddisfaceva: su quella abbiamo perso un po’ di tempo, ma era fondamentale farlo».

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FINCHE’ NON PROVI… NON SAI COSA TI ASPETTA
Credere nel proprio progetto è il primo punto. Poi, «fai quello che devi fare perché è il momento giusto per farlo. Però la domanda arriva puntuale: se qui va male, cosa facciamo?
», incalza Stefano. Che non tralascia di dire, con umiltà, che «i nostri curriculum sono sempre sul desktop del Pc: sono lì, non li guardi mai, ma sai che ci sono. E speri di non doverli mai usare». La paura, per l’appunto. Ma anche l’incertezza di un’economia fluttuante che è fatta anche di incertezze in casa nostra. L’imprenditore non lo dimenticherà mai: «Quando decidi di affrontare un’avventura imprenditoriale non immagini quello che ti aspetta. Lo leggi, te lo raccontano, ma non ci credi. Poi anche la WatAJet ha dovuto fare i conti con uno fra i primi ostacoli alla libertà d’impresa in Italia: la burocrazia». La lunga trafila di carte bollate, autorizzazioni e timbri che hanno rallentato anche la corsa dell’impresa di Besnate: «Sei chiuso in ufficio tra la Scia e il resto», sottolinea quasi sconsolato Volpi. Poi l’altro intralcio: la scelta delle nicchie di mercato più adatte alla WaAJet. Ricerca non facile. Anzi, spasmodica. In parte le fiere hanno risolto il problema perché è lì, in quelle in Svizzera, Germania e Francia, che i tre amici stanno trovando i potenziali clienti.

PARLIAMONE A BESNATE
Di Business Model Canvas, mercato, burocrazia e difficoltà nell’affrontarla parleremo anche giovedì 15 marzo in occasione del seminario “Mettersi in proprio? L’impresa è possibile” in programma nella sala consiliare del comune di Besnate dalle 18.30 alle 20.30 nell’ambito del progetto “Giovani di Valore”, sostenuto da Fondazione Cariplo e Welfare in azione.

L’attenzione che devi dare ad un’impresa di nuova costituzione, non deve mai calare. E’ per questo che i giovani raccontano di come hanno pensato la loro attività e di come si lavora ogni giorno alla WatAJet per arrivare al break-even point, altra bella parolina che fa tremare i polsi a chi decide di mettersi in proprio. Perché tutto gira intorno al cliente, e le righe che a fine anno si tirano tra costi e ricavi rivelano se l’idea imprenditoriale era basata anche su una buona sostenibilità economica. Allora, a Besnate il primo valore «è la velocità di risposta ai clienti con la realizzazione di pezzi a tempo quasi zero. E questo grazie a tecnologie che ci permettono di produrre bene – dice ancora Volpi – e ad una struttura particolarmente dinamica e ad una organizzazione interna snella. Il servizio viene prima di tutto». Con una provocazione, Stefano dice «anche prima degli stipendi: quelli sono l’ultimo dei problemi».

PASSIONE, MOTIVAZIONE, SFIDA
Il pensiero chiave di chi apre una propria attività, è proprio quello che ci trasferiscono questi tre ragazzi. Non il fine del guadagno e non l’assenza di alternative nel mondo del lavoro, ma la passione, la motivazione e la sfida. La WatAJet non è nata per il gusto di sentirsi imprenditori, ma dalla voglia di fare qualcosa di nuovo. Di inventare macchine nuove che possano fornire un contributo all’evoluzione tecnologica. E’ per questo che a Besnate, dove il futuro è una presenza costante, si sta già lavorando per ottenere, con il Politecnico di Milano, una testa di taglio ancora più piccola e più precisa rispetto a quelle presenti sul mercato. E nessuno pensa più alla frase degli inizi: «Ma chi ce l’ha fatto fare?».

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