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Home Addio mezze stagioni e magazzini: il tessile oggi è “tutto subito, di qualità, su misura e costi cinesi”

Addio mezze stagioni e magazzini: il tessile oggi è “tutto subito, di qualità, su misura e costi cinesi”

paolo_castiglioni#inchieste2018 Il brand risolve alcuni problemi ma non altri. Per il settore tessile, un settore che ancora risente della crisi, «è un momento molto complicato: rischiamo di andare allo sbaraglio», commenta Paolo Castiglioni del Maglificio di Cardano al Campo. Che aggiunge: «I miei clienti al dettaglio, quelli che trattano capi di medio livello, sono in crisi. Alcuni rappresentanti mi hanno detto che lo scorso anno i negozi hanno venduto il 30% in meno. Navighiamo a vista».

CI FOSSERO SOLO LE TASSE…
Non ci sono solo tasse, costo del lavoro e burocrazia. Anzi, questi sono problemi consolidati che danno fastidio, preoccupano ma sulle cui possibili soluzioni gli imprenditori sembrano aver maturato una certa disillusione. A complicare le cose è intervenuta la crisi del 2008 con i suoi ritmi vertiginosi e le richieste, da parte dei clienti, di prestazioni di altissima qualità in brevissimo tempo.

Ne parliamo nella prima puntata di un viaggio alla scoperta del tessile dieci anni dopo la grande crisi: un viaggio che vuole entrare nelle aziende ma anche nei negozi, nei “luoghi del tessile” e nei suoi numeri. Per capire come una grande tradizione sia riuscita ad assorbire i colpi del cambiamento

img_0365Autunno – Inverno e Primavera – Estate sono i due spartiacque nella vita delle aziende tessili della Moda: «Inseguire la stagionalità è sempre più difficile. Si lavora tre mesi su una stagione di sei – dice Maurizio Mazzetti della Itm Fashion di Samarate – e quattro mesi all’anno gli ordini soffrono. Ci si muove nell’incertezza cercando di gestire ore e costi. A pieno regime ci affidiamo anche a collaboratori esterni; quando tutto cala, abbiamo la preoccupazione di cercare ordini ovunque per tenerci il lavoro. Negli anni prima della crisi, il momento di fermo dell’azienda durava al massimo quindici giorni».

confezione_turri

MADE IN ITALY: UN VALORE CHE COSTA
Sotto i riflettori c’è il valore del Made in Italy sul quale, però, si dovrebbe riflettere. Lo fanno le imprese: «I buyer esteri vengono in Italia per il Made in Italy – incalza Antonio Lacalendola della Confezione Turri di Jerago con Orago – però pretendono che la nostra qualità abbia il costo di un capo fatto in Cina. C’è qualcosa che non va: mancano tutele e controlli. Poi negli ultimi otto anni le big companies hanno limato su fornitori e terzisti; noi sul nostro fatturato. E qui in Italia si parla addirittura di portare l’Iva al 25%! Alcuni miei clienti, già oggi, mi chiedono: “Ma la devo pagare per forza?”».

tessile-1PRIMA GLI STIPENDI, POI INDUSTRIA 4.0
Insomma, il tessile fatica a rialzarsi e le opportunità di Industria 4.0 scivolano tra le mani di alcuni imprenditori: «O pago gli stipendi ai miei collaboratori – prosegue l’imprenditore di Jerago – oppure investo. Non ho alternative, almeno per ora». Comparto così radicato nella provincia di Varese, quello del tessile, da far meritare a Busto Arsizio la definizione di “Piccola Machester”. Però se quel valore è diminuito in termini numerici di aziende ancora attive, non lo è in fatto di qualità. Anzi, il dinamismo delle aziende – una rappresentanza interessante era presente lunedì 7 maggio all’Incoming Moda organizzato da Confartigianato Imprese Varese, Confartigianato nazionale e Ice – è più che mai vivo: «Ci rimettiamo in gioco. Anzi, di questi Incoming Moda se ne dovrebbero organizzare molti di più durante l’anno», interviene ancora Mazzetti. Che non dimentica di dover spostare le sue percentuali di fatturato in bilancio: ad oggi sull’estero si fa il 30% e il casalingo è al 70%. Tutti tentano un’inversione di tendenza, perché «una volta si prendevano gli ordini a luglio e si consegnava a gennaio, ora la produzione è on-demand».

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CORREGGERE UNA CUCITURA CON LA MAIL
Risorse ce ne sono poche, e un’altra leva di business alla quale guardano le aziende un po’ vacilla. E’ ancora Mazzetti a ricordarlo: «Fiere ne abbiamo sempre fatte, e anche di un certo peso: Modaprima e Baglioni Moda a Firenze. Poi abbiamo avuto un arresto: la crisi è stata globale».

Insomma si lavora, «ma male». E non si tratta solo della concorrenza sleale generata dal basso costo della manodopera in alcuni Paesi esteri. Le imprese lamentano anche altro: «Dove è andato a finire il rapporto umano? – dicono in coro. Anni fa era quasi un obbligo incontrarsi, anche solo alle Fiere, e guardarsi in faccia. Ora si lavora quasi esclusivamente con mail. Ma quando devi provare un capo su misura, un confronto è indispensabile. A voce ci si spiega meglio. Correggere una bordatura, un piccolo difetto o un particolare seguendo la descrizione scritta nella mail è veramente un’impresa». E seguire il filo (del discorso) diventa difficile (1. continua).

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