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Home Gli artigiani delle protesi e le Pa: il problema è che 400mila euro mancano all’appello

Gli artigiani delle protesi e le Pa: il problema è che 400mila euro mancano all’appello

A Sergio Carpenteri e a Diana Scardanzan, titolari della “eSseDi”, centro ortopedico specializzato nelle applicazioni di protesi di arto (inferiore e superiore) ad alta tecnologia, ma anche nella realizzazione di tutori pediatrici per gravi patologie infantili, «esistere non basta». Un’azienda non sta tanto nel suo capannone (sono mille i metri quadrati occupati dall’impresa nella zona industriale di Marnate) quanto nelle persone che ci lavorano e nei suoi clienti. Dice Sergio: «Siamo stati i primi a costruire un percorso insieme ai pazienti, mettendoli sempre al centro della nostra attività. Le soluzioni che offriamo sono in linea con le nuove tendenze medico-sanitarie, perché il dispositivo ortopedico ci dà le stesse responsabilità di chi prescrive un farmaco».

palestra_3L’ECONOMIA “DIVERSA” CHE DA’ DIGNITA’ AI NUOVI INVALIDI
Ecco perché la “eSseDi” non è una semplice azienda: al suo interno si trovano due sale gesso, una sala protesi, una per plantari, una palestra sensoriale e una sala giochi che è l’apoteosi del colore. E si lavora con psicologi, scenografi, medici, fisioterapisti e podologhi. Si lavora con umanità.

I due ne parlano, ma non nascondono un velo di amarezza: «L’attività esiste dal 1999: da allora abbiamo creato un sistema dove l’anima artigianale, il fatto bene e su misura, fa la differenza. Perché il “nuovo invalido”, in Italia, deve essere considerato una risorsa lavorativa così come accade nel resto d’Europa. E noi facciamo di tutto per riconsegnargli la sua dignità. E’ forse per questo che il brand “eSseDi” è riconosciuto più all’estero che in Italia, anche se siamo i referenti dell’Unità Spinale dell’Ospedale Niguarda di Milano». In quindici anni qui si è fatto quello che altre imprese fanno in tre generazioni. E Sergio e Diana vogliono continuare a farlo, anche se gli ostacoli non mancano.

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UN ESERCITO DI AVVOCATI
Il 99% del fatturato dell’azienda (crollato del 30% negli ultimi anni: da quasi 1 milione e mezzo di euro a 900mila) è dato dal pubblico (il cliente principale è il Sistema Sanitario Nazionale; il 70% dei pazienti sono extracomunitari) e solo l’1% è costituito da privati. Poi la diminuzione del 30% delle prescrizioni di protesi da parte del Ssn ha fatto il resto. La pubblica amministrazione, oggi, deve alla “eSseDi” ancora 400mila euro: «Per il recupero crediti abbiamo avvocati in tutta Italia», prosegue il titolare.

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LA PA ITALIANA MIGLIORA MA RESTA TRA LE ULTIME IN EUROPA
Il debito della Pa verso le imprese in Italia ha registrato un trend di discesa negli ultimi anni, ma nel confronto internazionale rimane tra i più elevati nell’Unione Europea. Secondo gli ultimi dati resi disponibili da Eurostat nelle scorse settimane nel 2017, l’Italia mostra un debito commerciale della PA verso le imprese per beni e servizi – per la sola parte di spesa corrente – pari al 2,8% del Pil, il secondo più elevato dietro alla Croazia (3,1%) e quasi doppio rispetto alla media dell’Eurozona e dell’Ue (entrambe con l’1,6%). Per sei enti su dieci, i tempi di pagamento sono superiori ai limiti di legge fissati dalla normativa europea in 30 giorni (derogabili, in alcuni casi, al massimo a sei giorni).

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INDOTTO IN PERICOLO E RISCHIO CHIUSURA
I problemi della “eSseDi” partono da qui. E sono tanti: «I mancati pagamenti ci costringono a chiedere finanziamenti alle banche – incalza Sergio – ma se prima la solvibilità della pubblica amministrazione era ben considerata, ora non lo è più. Così noi siamo passati da clienti d’elite a clienti a rischio». Senza risorse la ricerca, lo sviluppo e l’innovazione arrancano. E con loro la possibilità di occupare altri giovani (l’età media dei dipendenti della “eSseDi” si aggira sui trent’anni) e di dare lavoro a quell’indotto artigianale calzaturiero, meccanico ed elettronico che per l’azienda di Marnate è fondamentale. Insomma, la concorrenza ha campo aperto e si rischia la chiusura. Ma Diana non si arrende: «Ci metterei la firma se lo Stato ci pagasse a 350 giorni, perché avrei la certezza della liquidità e potrei investire a partire dal 351esimo giorno».

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NUOVE TECNOLOGIE ED EXPORT PER USCIRE DAL GUADO
A raddrizzare in parte la situazione interviene la lungimiranza che Sergio ha sempre avuto, e la passione bruciante per le nuove tecnologie che lo accompagna da quando era giovane. Dai tempi della “Rizzoli” di Budrio, in provincia di Bologna (la più grande officina ortopedica italiana ora entrata nel gruppo AB Medica), dove ci ha passato tredici anni della sua vita.

Sergio se n’è andato quando si è accorto che la massiccia industrializzazione non andava d’accordo con la sua idea di «servizio al cliente».  Cura artigianale, robotica, 3D e brevetti (con il Politecnico di Milano) si devono muovere sullo stesso asse: «Vent’anni fa a Edimburgo abbiamo scoperto la prima mano bionica, e in Israele il primo esoscheletro. Nel 2002 è stata la volta del primo braccio robotico realizzato da un’azienda in Scozia e nel 2007 abbiamo portato la prima protesi robotica ad un convegno ortopedico a Roma. Un medico se la voleva portare a casa perché pensava fosse un gadget», commenta Sergio. L’innovazione ha salvato la “eSseDi” che, ora, lavora con ortopedie tedesche, finlandesi e iraniane; punta al Marocco ed è rivenditrice autorizzata, in esclusiva, per numerosi prodotti realizzati negli Stati Uniti d’America. Taglio dei costi e selezione mirata dei fornitori, coinvolgendoli direttamente nelle politiche commerciali dell’azienda, hanno fatto il resto.

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IN ITALIA SIAMO RIMASTI INDIETRO
La “eSsedi” non si ferma ma «lo Stato resta indietro – sottolinea Diana – Il Sistema Sanitario Nazionale si è fermato al 1999, riconosce la protesi in legno ma non quella di ultima generazione». Il mondo, grazie anche alle Paralimpiadi di Londra 2012 (dove gli italiani si sono portati a casa 28 medaglie), guarda altrove e ha fatto un balzo in avanti, «ma si rischia di illudere i pazienti. Nomi famosi dello sport, con disabilità anche gravi, hanno a disposizione risorse che le persone comuni non avranno mai, quindi sarà bene riequilibrare i messaggi: una mano bionica costa mediamente 50mila euro e l’uomo da sei milioni di dollari si è visto, per ora, solo in televisione».

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