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L’inglese in azienda è la base dell’export: chi non lo parla perde i clienti

cattura«The pen is on the table»: durante le lezioni di lingua inglese, la penna era sempre sul tavolo. La frase con la quale si entrava in confidenza con il mondo, era semplice ma tipica.

L’export va a braccetto con la conoscenza delle lingue straniere. Anni fa, la figura di una segretaria sufficientemente preparata riusciva in parte ad assolvere anche al compito di un commerciale estero. Ora non più. Perché competenze ed esperienze tecniche, know how direttamente legato al prodotto, cura nella comunicazione, rapporti interpersonali, rapidità nella risposta, consolidamento del rapporto commerciale richiedono una figura esclusivamente dedicata al mercato estero.

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DO YOU SPEAK ENGLISH? POCO O MALE
Italia fanalino di coda. L’inglese, soprattutto nelle Pmi (dipendenti compresi tra i 10 e i 15), si parla poco, male o non si parla affatto. Solo una o due persone, secondo una ricerca del 2017 di EF Corporate Solutions sull’indice a livello mondiale riguardante la competenza linguistica delle aziende, conoscono l’inglese e lo praticano. E questo incide negativamente sulla percezione che si ha all’estero delle nostre imprese. Altrove nel mondo, le cose sembrano andare meglio: il campione di 2.078 imprese manifatturiere mappate dalla EF Corporate Solutions in 40 Paesi del mondo, rivela che chi lavora nella logistica e nello stoccaggio ha un punteggio di 38 (livello A2 che indica una conoscenza scolastica dell’inglese), mentre si sale a 56 (livello intermedio B1) in chi si dedica alla ricerca scientifica. L’English Margin Report di EF, sottolinea come l’88% dei clienti sia disposto a pagare un extra alle aziende con una padronanza dell’inglese migliore, mentre l’81% prenderebbe in considerazione la possibilità di scartare partner con una scarsa padronanza dell’inglese.

catturaI CLIENTI ESTERI VOGLIONO UN PUNTO DI RIFERIMENTO
Matteo Campari, del servizio internazionalizzazione/Area Business di Confartigianato Imprese Vares
e va dritto al punto: «I buyer chiedono di poter entrare in contatto con un referente interno all’azienda che faccia da punto di riferimento. Una figura imprescindibile per le aziende che fanno dell’export il loro punto di forza, ma anche per quelle che hanno iniziato da poco ad esportare e vogliono estendere la loro fetta di mercato. La conoscenza di almeno una lingua estera, fa parte di una buona strategia aziendale e porsi un limite in questo senso, significa porre un limite anche al proprio fatturato». L’Industria 4.0 passa anche da qui: la capacità di entrare direttamente in contatto con gli imprenditori esteri per costruire percorsi di crescita reciproci.

TITOLARE E DIPENDENTI: UNA LINGUA ESTERA SERVE A TUTTI
L’inglese è lingua universale. Una volta c’erano le cassette audio, i giradischi e le dispense da acquistare in edicola; ora l’apprendimento è molto più veloce e funzionale. Lo strumento del “tutorial” in rete, così come i corsi di formazione in azienda personalizzati e pratici, si sposano appieno alle esigenze di un imprenditore che deve acquisire bene e in fretta i primi segreti per entrare in relazione con il cliente. Ma questo non spetta solo al titolare (che deve comunicare anche passione, motivazioni personali, esperienza, vita d’impresa) ma anche ai suoi collaboratori più stretti che possono raccontare le eccellenze del prodotto descrivendone le caratteristiche e le particolarità tecniche.

cattura2RUSSO E CINESE, MA ANCHE L’ARABO
Se si parla almeno una lingua estera, si è più credibili di fronte ad un cliente perché ogni buyer preferisce una conversazione nella sua lingua madre
. I tedeschi, per esempio, accettano preventivi e ordini in inglese ma rispondono in tedesco. Dice Campari: «Pensiamo al Canada: nella parte francofona, per esempio in Québec, è meglio parlare in francese; in quella anglofona, parlare inglese. I Paesi dove le radici culturali sono radicate e i trascorsi storici hanno ancora oggi un certo peso, la lingua conta. Anche negli affari». La globalizzazione, però, ha imposto anche altre lingue come il russo, il cinese, anche l’arabo. Insomma, bisogna adattarsi al momento».

IL VALORE ECONOMICO DELLE LINGUE
Non dimentichiamo, come afferma Michele Gazzola (docente all’Università della Svizzera Italiana e ricercatore a contratto all’Università di Lipsia), che «le abilità linguistiche possono essere viste come una risorsa utilizzata nei processi aziendali di acquisto, produzione e vendita». Un esempio può essere il contributo delle conoscenze linguistiche al Pil della Svizzera: «Le competenze linguistiche in tedesco (per i francofoni), in francese (per i germanofoni) e in inglese per entrambi i gruppi contribuiscono per il 10,8% al Pil svizzero. Nel settore dell’industria manifatturiera, per esempio, la capacità di comunicare in francese (per i germanofoni) o in tedesco (per i francofoni) contribuisce per il 6,1% del valore aggiunto prodotto dal settore, mentre l’inglese fornisce un apporto del 4,2%».

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