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Nuove tecnologie, nuovo lavoro: e l’imprenditore deve tornare in classe

wharton-folly-finish1Un miliardo di persone nei prossimi anni perderanno il lavoro a causa delle nuove tecnologie. E molti bambini, da adulti, faranno lavori che ancora non esistono. Una rivoluzione tecnologica di questa portata, forse, non si era mai vista. E come ogni rivoluzione, che distrugge il passato per ripartire, porterà molto anche di buono ma occorrerà farsi trovare preparati. La ricetta per non soccombere? Formazione, formazione, formazione.

La formazione continua (in inglese lifelong learning) è un fattore spinoso per le imprese italiane, soprattutto per quelle più piccole. Facciamo parlare i dati: secondo Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione Europea, nel 2015 ha fatto formazione il 53% delle imprese con più di dieci dipendenti, percentuale che cala drasticamente (7,9%) quando ci si focalizza sulle micro imprese (meno di dieci dipendenti). I dati sono direttamente proporzionali alla grandezza delle aziende. Così fa formazione il 65% delle imprese tra 20-49 dipendenti, l’82% di quelle tra 50-249 dipendenti, fino ad arrivare al 98% per i colossi con più di mille lavoratori. Da cosa dipende questa forbice?

CHI FINANZIA LA FORMAZIONE?
«Il primo problema – spiega Giuseppe Croce, docente di Economia Politica alla Sapienza di Roma – è la liquidità». Tradotto: se sei piccolo hai meno liquidità e quando vai in banca non ottieni finanziamenti per la formazione. «Ci si scontra poi con un ostacolo di concetto: pagare un corso non è come comprare un prodotto che conosco. La sua qualità e la sua efficacia sono imprevedibili, all’inizio non si conoscono. L’imprenditore pensa spesso che la fregatura sia dietro l’angolo». Secondo Croce c’è inoltre un problema che riguarda il mercato del lavoro, che è «reso fluido dal progresso tecnologico. Il modello del lavoratore dipendente con lo stesso datore si sta limitando. Sta crescendo la mobilità e a farne le spese sono soprattutto i giovani e i precari». Perché pagare la formazione a un collaboratore con partita iva o a un dipendente “a scadenza”, che magari domani se ne andrà da un competitor?

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IL PICCOLO SI ADATTA MEGLIO
Mancanza di liquidi a parte, «se l’imprenditore non è laureato, tutte le ricerche ci dicono che farà a volte più fatica ad assorbire le nuove conoscenze». Ma non bisogna disperare. «Le piccole imprese hanno grandi chance da giocarsi, perché hanno due caratteristiche fondamentali: adattabilità e snellezza. Devono diventare delle spugne per assorbire le novità dall’esterno e per farlo devono assumere laureati, che sono più predisposti a quest’opera di assorbimento».

Ci sono poi i fondi interprofessionali. «Se tutti li finanziano, ma vengono sfruttati solo dalle grandi, finisce che le piccole pagano la formazione alle grandi». Il che è assurdo, soprattutto pensando che sono proprio le Pmi ad aver maggior bisogno di aiuto. È quindi fondamentale sensibilizzare e informare le aziende, per spingere e invogliare gli imprenditori a sfruttare qualcosa che di fatto stanno già pagano e di cui possono usufruire appieno.

MANDIAMO A SCUOLA I LAVORATORI
Secondo Croce bisogna infine cambiare le regole del gioco. Se la formazione è importante per le imprese e, soprattutto, per i loro dipendenti, è bene pensare a misure diverse. Come la dote sul finanziamento della formazione, che il lavoratore può portare in un’altra azienda; il potenziamento dei voucher formativi; o un’alternanza scuola-lavoro al contrario, in cui siano i lavoratori a tornare a scuola. Insomma, legare la formazione non tanto all’impresa, quanto al dipendente, in modo che diventi più competente e competitivo sul mercato del lavoro.

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