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La tassa si fa «piatta», la burocrazia no. E i giovani sono sovraeducati

giovani_laureati_2018L’identikit di chi è interessato dalla «tassa piatta». E’ nel pieno della carriera, non ha ancora 50 anni, vive al Centro Nord. Questo il ritratto del professionista tipo più interessato dalla flat tax. Che, come già scritto nei giorni scorsi, potrebbe essere estesa ad una platea particolarmente ampia: solo un contribuente su dieci ne resterà escluso. Circa 92mila professionisti (con ricavi entro i 65mila euro) potranno valutare l’aliquota al 15%, mentre altri 37mila quella al 20% sul fatturato incrementale fino a 100mila euro. Tanto per intenderci: un terzo dei commercialisti e dei consulenti del lavoro, ma solo un quinto degli avvocati (sei su dieci sono sotto la soglia dei 30mila euro di ricavi). Stesso discorso per i geometri e i biologi. Per quanto riguarda sesso ed età, la flat tax interesserà poco (se non pochissimo) gli under 30 e tanto la fascia compresa tra i 40 e i 50 anni. Ricordiamo che in certi casi potrebbe risultare conveniente non rientrare nella nuova tassa e restare nel regime ordinario. Per esempio quando il contribuente ha molte detrazioni e si abbatte l’Irpef.

Overeducation: un problema (tutto) italiano. Flat tax o meno, uno fra i problemi più forti dell’Italia è e resta il lavoro: quando, come e dove trovarlo. Nel nostro Paese i giovani scontano una transizione scuola – lavoro poco solida ed efficiente. Quindi gli under 35 si trovano ad avere un basso livello di orientamento nel percorso scolastico, poca esperienza pratica, una carenza nelle competenze sia specifiche che trasversali, scarsa preparazione su come funziona il mercato del lavoro. E in molti casi si parla di overeducation, cioè quando il giovane svolge una attività che richiede un titolo più basso. O, meglio ancora, quando non c’è allineamento tra il livello di studi raggiunto da un lavoratore e quello richiesto da un’impresa per ricoprire una determinata posizione. Però: oggi abbiamo molti più giovani di quanto ne possa assorbire il mercato (eppure in Italia ci sono meno giovani rispetto agli altri Paesi), le donne ottengono risultati migliori a lavoro e a scuola rispetto ai coetanei del sesso opposto (ma il divario di genere su occupazione e salario è sempre sbilanciato a favore dei maschi), il rendimento della laurea è più basso in Italia rispetto alle altre economie avanzate (eppure in Italia non c’è sovrabbondanza di giovani altamente qualificati).

I giovani nel mercato del lavoro: serve un orientamento solido. Che fare? Forzare su un orientamento che funzioni (su questo pesano anche i limiti dei servizi per l’impiego) e aiutare i giovani a scegliere – bene – il loro futuro è fondamentale. Il che significa scegliere un percorso di studi che vada nella stessa direzione dei mercati. In Italia, un laureato su tre non è al posto giusto. Nel senso che il 18% dei diplomati (tra i 20 e i 24 anni) e il 28% dei laureati (tra i 25 e i 34 anni) ha un titolo di studio più elevato rispetto a quello richiesto dal mondo del lavoro. Così molti fra loro vanno a gonfiare l’esercito della gig economy, l’economia dei “lavoretti”. Che in Italia coinvolge tra i 600 e i 750mila lavoratori.

Lingue straniere: le Pmi le chiedono. Imparare più lingue, in anni in cui i processi di internazionalizzazione delle imprese (anche piccole e medie) stanno vivendo un’accelerazione, potrebbe essere una valida soluzione per agganciarsi al mercato. E trovare un’occupazione valida. Non stiamo parlando solo di lingua inglese (che in ambito lavorativo è richiesta dal 79% delle aziende), ma anche del cinese (parlata da più di 1 miliardo di persone; la Cina nel 2029 potrebbe sorpassare il Pil degli Stati Uniti), del francese (una delle lingue ufficiali della diplomazia mondiale) e dell’arabo: terza lingua più diffusa con 237 milioni di madrelingua sparsi in 57 Paesi del mondo. All’appello ne mancano altre due: il russo (Mosca è e resta una potenza economica mondiale) e il tedesco (ma in Germania è molto diffuso anche l’inglese). E non si tratta solo di fare business nel turismo e nella moda.

Però c’è la burocrazia: un vero ostacolo. Certo l’Italia dovrebbe iniziare a pensare diversamente il futuro dei suoi giovani, ma anche il presente delle sue imprese. Risulta un po’ difficile muovere l’occupazione se la burocrazia diventa freno competitivo ed economico. La Prealpina racconta la storia della Multi Medical Services (MMS) di Gavirate ispirandosi alla nostra video intervista di questa estate. Nocciolo del discorso: Carlo Cottarelli, presente qualche giorno fa a Varese, ha detto che «la burocrazia si può battere». A quale costo, però, non si sa ancora. Chiedetelo a Danilo e Floriana Torri, titolari della MMS: «Per partecipare ad un bando dobbiamo produrre fino a 10 chili di documenti. E dal momento in cui viene lanciato il bando a quello in cui vengono finalizzati i lavori, possono passare anche degli anni».

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