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Non siamo ancora così “digitali”, ma lo vogliamo essere

foto_italia_digitaleAlcune imprese sono diventate ottimiste,. molto di più rispetto a qualche anno fa, e investono. Ma questo non basta per portare il digitale italiano ai livelli dei competitor europei. Anzi, la crescita nel nostro Paese è ancora lenta, timida e in parte frenata dai timori dovuti ad una crisi che non è ancora rientrata. Allora c’è chi ripiega per strategia difensiva (ma non è più il tempo di “stare alla finestra”) e chi, invece, si tuffa nella rete. E nuota.

Verrà presentato all’EyCapri Digital Summit, dal 3 al 5 ottobre, il sondaggio condotto da Ey in collaborazione con Ipsos e il Centro Studi Intesa Sanpaolo. Tutto dedicato alla digitalizzazione. Con numeri che fanno riflettere. La sicurezza informatica, per esempio, si sta trasformando in materia trainante all’interno di tutto quello che è digitale: il 45% delle aziende Made in Italy ha già investito sulla cybersecurity ma anche in web (il 28%) e in cloud computing (16%; la spesa in questo settore rappresenta circa il 6-7% sul totale della spesa in Ict). Circa il doppio della media dell’Unione Europea.

Ad un interesse che sembra cambiare di colpo le sorti dell’economia italiana, non corrisponde sempre un’imprenditoria convinta: solo nel 48% delle imprese del campione si trova un livello di digitalizzazione alto; basso, invece, quello che si riscontra nell’89% delle Pmi intervistate da Ey. Secondo l’Istat, invece, la digitalizzazione è molto bassa nel 55% delle aziende italiane. Insomma, la strada potrebbe non essere così lunga ma un tantino in salita, sì. A livello geografico, poi, la trasformazione digitale si sta insinuando maggiormente in Lombardia, nel Nord Est e in Emilia Romagna: qui ci si assesta su un 42% contro il 38% del resto d’Italia.

Senza dubbio confortante, ma qui di dubbi non ce ne sono mai stati, il dato riguardante l’uso dello smartphone. Che ha superato nettamente il pc grazie anche alla spinta ricevuta dalle nuove generazioni: lo usa il 74% di quella fascia di età compresa tra il 14 e i 24 anni. L’81% si raggiunge tra i 18 e i 19 anni.

E le famiglie? Il 30% di queste, secondo lo studio Ipsos, non ha connessione web. L’Italia, in questo campo, supera solo Grecia, Croazia, Bulgaria e Romania. Scoraggiante.
Però siamo ottimisti: il 33% della popolazione pensa che la digital disruption avrà effetti «esclusivamente positivi» sul lavoro (in prima battuta, nella sua organizzazione e nella produzione), mentre il 45% tende per aspetti «soprattutto positivi». Una tendenza condivisa in pieno dai dipendenti delle aziende: il 29% crede in «effetti solo positivi» e il 43% in effetti «prevalentemente positivi».

Gli italiani, poi, si stanno alleando in questa sfida alla digitalizzazione credendo fermamente in quello che potrà portare in termini di competitività alle imprese ma anche in benessere quotidiano: il 78% della popolazione considera il digitale uno strumento più positivo in grado di avere ottimi effetti sulla vita di tutti. E naturalmente sul mercato del lavoro.

Ultima considerazione: in un mondo dove le fake news serpeggiano, il 47% degli utenti dice che le notizie sono ormai meno affidabili proprio perché il web le può manipolare, ma il 52% del campione ammette di essere in grado di distinguere tra il vero e il falso. Aumentano anche gli acquisti online: nel 2016 circa metà degli italiani, contro il 20% del 2005, ha acquistato in rete.

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