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Bene la rottura, ma serve più coraggio: meno vincoli e più mercato per le imprese

Davide GalliContro le liturgie della tecno-burocrazia e scardinando le alchimie politico-economiche del passato. Da una parte anche solo per mettere in discussione le superate e inefficaci logiche di una politica che non risponde più alle aspettative di cittadini e imprese.

E, dall’altra, agendo con coraggio sull’alleggerimento delle regole del mercato, per liberare le imprese dal peso della burocrazia fine a sé stessa, da un eccessivo carico fiscale e dal peso degli oneri contributivi al fine di dar loro gli strumenti necessari a muoversi efficacemente sul mercato, pianificando finalmente investimenti a medio e lungo termine.

«Questo – spiega il presidente di Confartigianato Imprese Varese, Davide Galli – è ciò che chiediamo e che vediamo attuato solo in parte nel disegno di legge di Bilancio e nel Decreto legge in materia fiscale varati dal Governo».

GIUSTA LA ROTTURA DEGLI SCHEMI
Documenti articolati su binari differenti, non sempre egualmente efficaci. Prosegue Galli: «Per quanto riguarda la lotta alle diseguaglianze e alla povertà riteniamo giusta la rottura degli schemi e consideriamo dovuti, almeno nei principi, i provvedimenti attuati per ripristinare l’equilibrio sociale. In quest’ottica non siamo contrari a un intervento “a debito” ma occorrono anche provvedimenti che affrontino i problemi strutturali del Paese, compresa la sua bassa propensione a creare lavoro.

«La povertà, o la sussistenza, sono fenomeni che coinvolgono intere fasce della popolazione, dai giovani senza un’occupazione a chi – dipendente o micro imprenditore – guadagna meno del minimo necessario alla sopravvivenza, rischiando di alimentare la già folta schiera dei disoccupati, inducendo una frenata ai consumi interni e determinando scarsa propensione alla crescita del Pil». A loro vanno aggiunti quanti sono stati espulsi dal mondo del lavoro e faticano a imboccare la strada per rientrarvi, da dipendenti o attraverso forme di autoimprenditorialità.

«Parliamo di un’Italia sempre più numerosa, che non riesce a contribuire – pur volendolo – alla crescita, tanto da diventare schiava del populismo fine a sé stesso o, peggio, di finire alla mercé di sistemi di intervento paternalistici o elettoralistici».

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LA SPESA CORRENTE NON BASTA
Non ci si può pertanto affidare solo alla spesa corrente consistente in trasferimenti monetari.

Sono necessari interventi che riducano il livello di tassazione a carico delle imprese, rimettano in moto investimenti privati e produttività, insieme a un aumento delle spese in conto capitale nelle diverse infrastrutture inadeguate e arretrate.

Sono questi i cambi di paradigma, sinora solo abbozzati, sui quali il numero uno di viale Milano chiede maggiore coraggio da parte dell’Esecutivo «e sui quali si spera sia il Parlamento a compiere il salto di qualità», rispettando fino in fondo la promessa di prestare maggiore attenzione alla piccola e media impresa. Così come, peraltro, dobbiamo riconoscere che è stato fatto nel momento in cui alle imprese che reinvestiranno gli utili in incrementi occupazionali è stato concesso di poter godere della riduzione, dal 24% al 15%, dell’aliquota Ires. Si tratta della cosiddetta mini-Ires, volta a favorire la crescita, le assunzioni a tempo indeterminato e a termine e lo sviluppo delle aziende. Bene anche gli investimenti in formazione, che vanno nella medesima direzione.

CRESCITA FERMA E CRISI DI FIDUCIA
«D’altronde, è chiaro a tutti, gli investimenti sulle imprese non sono più rinviabili per uno Stato che si pone come obiettivo quello di generare risorse. Sono due, in particolare, gli indicatori Istat che giustificano tali investimenti: il primo riguarda il ristagno della crescita nel terzo trimestre nel 2018, dopo quattordici trimestri consecutivi di Pil in territorio positivo. Il secondo evidenzia la crisi di fiducia delle imprese che, a ottobre 2018, ha subito la terza flessione consecutiva, specie nei settori manifatturiero, dei servizi e del commercio».

Sul manifatturiero in particolare gravano i rischi di un rallentamento del commercio internazionale, confermato da un forte calo a settembre 2018 del made in Italy nei Paesi extra Ue.

«Alla luce di questi dati, e di quelli che poco si discostano della provincia di Varese, chiediamo per le Pmi un più convinto e sostanziale sostegno al lavoro e allo sforzo quotidiani con azioni sull’eccesso di tassazione, le lungaggini dei tempi della giustizia e dei pagamenti da parte della pubblica amministrazione, sulla durata e la realizzazione delle grandi opere e sulla semplificazione delle regole».

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COPERTURA FINANZIARIA E CRESCITA
Di contro non può non preoccupare la copertura finanziaria delle misure previste dal Governo che sembra essere azzardata o mal quantificata.
Se si sommano le varie misure (reddito di cittadinanza; aliquota di imposta al 15% per 1,5 milioni di partite Iva; quota 100 per superare la legge Fornero; risarcimenti ai truffati dalle banche) si arriva a più di 20 miliardi che potrebbero essere coperti solo per circa 3 miliardi con la cosiddetta “pace fiscale” (un condono per i contribuenti con pendenze con il Fisco). Per ora insomma, dal conto mancano almeno 17 miliardi, cioè un punto intero di Pil che dovrebbe essere aggiunto al 2 per cento di deficit tendenziale. Senza contare le altre esigenze di bilancio che porterebbero il deficit programmatico del Governo certamente oltre il 3 per cento.

La politica di espansione attraverso la spesa corrente non riuscirà pertanto ad aumentare la crescita e potrebbe persino ridurla, con un disavanzo che diventerebbe ancora più grande del previsto.

Nei corposi dossier lasciati in eredità dai Commissari incaricati dai precedenti Governi si ritenevano possibili tagli alla spesa per beni e servizi della Pa e agli stipendi dei dirigenti pubblici, sforbiciate alle sedi periferiche dello Stato, alle prefetture, alle provincie e agli enti pubblici, la chiusura delle partecipate inutili. Tagli su tutto: fino a generare un risparmio di 30 miliardi di spesa pubblica. Un progetto mastodontico rimasto però fino ad oggi nel cassetto e che non vorremo altresì definitivamente archiviato.

 «Le piccole e medie imprese, per tutte queste ragioni, non avrebbero temuto di finanziare tali provvedimenti anche ridefinendo la logica dei tanti incentivi non strutturali per concentrare le risorse su poche azioni efficaci, chiare, semplici, durature nel tempo e adeguate alle esigenze del 99,3 per cento del tessuto produttivo nazionale composto da piccole e medie imprese. Ed è in tal senso che, per l’appunto, interpretiamo la rimodulazione introdotta nei criteri di applicazione dell’iperammortamento, con l’introduzione di aliquote: 250% per i progetti fino a 2,5 milioni, 200% per quelli tra 2,5 e 10 milioni e 150% per quelli tra 10 e 20 milioni».

Persino la mancata sterilizzazione dell’Iva avrebbe ottenuto una apertura di credito se accompagnata da interventi espansivi e mirati a contenere i carichi burocratico-fiscali (peraltro non restituiti in servizi realmente efficaci) e l’eccessiva macchinosità di regole che ingabbiano la spinta economica.

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INVESTIMENTI MIRATI E LIBERTA’ DI IMPRESA
E mentre il disegno di legge di Bilancio e il decreto legge in materia fiscale varati da Palazzo Chigi sono già sotto la lente critica dell’Europa, l’urgenza reale evidenziata dalle piccole e medie imprese è quella di rafforzare gli investimenti sulla formazione, l’infrastrutturazione, la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione e la sostenibilità ambientale. Settori nei quali l’investimento pubblico è determinante per supportare anche lo sforzo dei privati e garantire «maggiore libertà da concedere alle aziende per misurarsi con la globalizzazione» forti di una più elevata competitività.

«Investire sulle imprese, incentivare la produzione e rimodernare i rapporti con il Fisco – prosegue Gallisignifica generare crescita economica e occupazione, moltiplicando il valore degli interventi destinati a ripristinare l’equità sociale».

Proprio le relazioni tra aziende e Fisco richiedono un richiamo particolare: «Opprimere le aziende con politiche fiscali non sempre eque, più adatte a un azzeccagarbugli che a un imprenditore, soggette a metamorfosi continue, difficilmente pianificabili e spesso soggette a lunghi contenziosi ostacola un circuito virtuoso che, se tutti i fattori negativi appena elencati venissero azzerati, genererebbe la crescita della produzione e, quindi, dell’occupazione». Andando a fornire una risposta reale anche alle criticità che gli investimenti in equità sociale si propongono di affrontare.

BUONA OCCUPAZIONE, ATTRATTIVITA’ E MANTENIMENTO TALENTI
«Se a questo aggiungessimo un opportuno contenimento del cuneo fiscale – o un incremento del netto in busta a favore dei lavoratori, così come sollecitato dal progetto di legge di Confartigianato Varese – la qualità del lavoro si alzerebbe, garantendo una buona occupazione, attrattività nei confronti dei migliori talenti e strumenti per trattenerli in azienda».

Imprese più forti, con professionalità di alto profilo, competitive a livello internazionale, favorite nell’accesso ai percorsi di ricerca e sviluppo nel campo della digitalizzazione e del rinnovamento del parco macchine sarebbero, per il Governo e il Paese, la miglior garanzia di stabilità sociale, lavorativa e di attrattività territoriale.

«Anche per questo – conclude Galli – ci lascia perplessi il ridimensionamento della flat tax, che non taglia il traguardo previsto, con una pressione fiscale che dovrebbe continuare ad attestarsi, per la maggioranza delle Pmi, attorno al 42%, lasciando la tassa piatta al 15% in capo alle sole partite Iva con ricavi fino a 65mila euro».

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NO ALL’ISOLAMENTO: IL MONDO E’ GLOBALE E ABBIAMO UN’OCCASIONE IMPORTANTE
In sintesi: bene la rottura ma serve più coraggio, e guai a cedere «alla tentazione di isolamento a fronte di una consapevolezza diffusa tra gli imprenditori, ovvero che il mercato è locale nelle micro specializzazioni ma globale per le filiere produttive nel loro complesso». Specie per un Paese a fortissima propensione per l’export.

«Abbiamo l’occasione di tracciare in Europa, in un quadro di massima responsabilità, dialogo e confronto, una strada che sia caratterizzata dalla conciliazione sia dei principi del rigore che di quelli della solidarietà, accompagnati da maggiore incisività sulle misure a favore di una impresa libera, non oberata dalla fiscalità e supportata nelle dinamiche correlate alla competitività. E dalla massima apertura ai giovani propensi ad accettare la sfida dell’autoimprenditorialità, specie a fronte del fatto che un quarto circa degli imprenditori di prima generazione ha più di 70 anni e la metà più di sessanta (fonte università Bocconi)» conclude Davide Galli.

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