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Fare credito il mestiere delle banche!
Credito A colloquio con la professoressa Rossella Locatelli, professore ordinario di Economia degli Intermediari Finanziari all’Università dell’Insubria e direttore del CreaRes

Siamo usciti dalla crisi del credito, oppure persiste l’ondata di negatività?
Gli eventi di queste ultime settimane danno un quadro abbastanza incerto sui tempi e sulle modalità di uscita da quella che, più che crisi del credito, è una crisi economica e finanziaria di portata significativa. Il mercato del credito è ovviamente influenzato da e interconnesso con la situazione macroeconomica. Nel primo semestre del 2011, il credito alle imprese aveva ripreso a crescere in Italia e nell’area euro, così come si erano evidenziati segnali di ripresa del credito per investimenti, che sono da considerarsi segnali positivi per l’avvio di una ripresa. Le turbolenze dei mercati di queste settimane, legate alle pressioni sui debiti sovrani europei, rendono il quadro complessivo molto incerto. Al di là degli andamenti della domanda di credito da parte delle imprese, è chiaro che gli eventi cui stiamo assistendo si traducono inevitabilmente in modifiche della struttura dei tassi di interesse e anche in pressioni sui bilanci delle banche e, in ultimo, anche in una modificazione della disponibilità a erogare credito.

Quale dovrebbe essere il prossimo passo falso da evitare?
Non difendere l’euro, non mantenere forte il patto di solidarietà che è alla base dell’Unione Europea e non dare ai mercati finanziari sufficienti e convincenti prove, da parte dei paesi sotto attacco, tra cui l’Italia, della volontà di riportarsi al pareggio di bilancio, di introdurre riforme strutturali e, al contempo, di voler avviare misure in grado di agevolare una ripresa della crescita economica.

La turbolenza dei mercati si è tradotta in un aumento degli spread?
Gli spread tra titoli pubblici italiani e tedeschi hanno raggiunto livelli elevatissimi. Questo, come dicevo, si riflette inevitabilmente sull’intero sistema dei tassi di interesse interni. Per le banche aumenta il costo del denaro, anche in conseguenza delle persistenti difficoltà nei mercati della liquidità. È inevitabile che, a loro volta, ne siano anche influenzati i tassi sui finanziamenti erogati dalle banche.

Il costo del denaro è aumentato anche per gli istituti di credito: perché?
Ci sono diversi modi per spiegare questo fenomeno. Un po’ semplificando possiamo dire che i tassi sulle attività finanziarie rischiose possono essere determinati applicando al tasso “risk free” (tasso di interesse privo di rischio, relativo al rendimento dei titoli di Stato a breve termine) uno spread – ovvero una maggiorazione – che riflette il grado di rischio della attività stessa. Guardandolo da un’altra prospettiva, le banche acquistano denaro sul mercato monetario, pagando tassi di mercato. Il mercato monetario, come tutti i mercati, funziona sulla base di un meccanismo di domanda-offerta e se c’è eccesso di domanda i prezzi (in questo caso i tassi) tendono a salire, se c’è eccesso di offerta i prezzi tendono a scendere. Nel momento in cui i tassi di mercato monetario (i costi della materia prima) aumentano per le banche è evidente che tale aumento è trasferito sui prezzi dei prodotti finiti (per le banche crediti e depositi, anche se i tassi bancari attivi e passivi si modificano in misura differenziata a causa della diversa vischiosità dei rispettivi mercati).

La situazione sul nostro territorio: la sofferenza delle imprese accenna a diminuire?
Pur senza riferirmi a dati aggiornati specifici del nostro territorio, tenderei però a separare le vicende congiunturali prima accennate dai temi più strutturali. Sul finanziamento delle imprese nel territorio e, nello specifico, sul finanziamento delle imprese di piccola e media dimensione sono state recentemente prese importanti iniziative di sostegno, come ad esempio il FEI. Rimangono però temi e problemi di natura strutturale e di impostazione della relazione. Ottenere denaro a un costo ragionevole è sulla carta possibile, se c’è un progetto credibile per il quale si chiede il finanziamento e se c’è sufficiente chiarezza e veridicità nelle informazioni da fornire a chi deve decidere di erogare il finanziamento. Permane la sostanziale debolezza contrattuale delle imprese di piccola dimensione, che spesso non riescono a negoziare le condizioni ma sono costrette ad accettarle.

I modelli europei “vincenti” nel campo del credito?
Se pensiamo al finanziamento alle PMI e alle microimprese credo che in Italia esista e operi un sistema di eccellenza, rappresentato dai consorzi fidi. In questi ultimi due-tre anni il sistema dei confidi sta conoscendo una importante trasformazione, anche attraverso processi di aggregazione, oltre che a una importante riforma della normativa ad essi riferita, destinata a farne interlocutori sempre più preziosi per le banche finanziatrici, da un lato, e le imprese assistite, dall’altro. In generale, è fondamentale, ed è un valore da difendere per le banche, la prossimità con le imprese clienti.
In questo il sistema bancario italiano ha abbastanza mantenuto il valore della relazione di clientela con le imprese assistite, nonostante i processi di crescita dimensionale e di aggregazione delle banche abbiano in alcuni momenti modificato enfasi ed equilibri concorrenziali.

Per ottenere credito facilmente, cosa – o chi – dovrebbe cambiare?
Direi che se c’è merito creditizio, ovvero un progetto coerente e ben documentato e la capacità di ripagare, il credito si ottiene facilmente o, meglio, si trova una banca disposta a offrire un finanziamento.

Si parla di un maggiore avvicinamento tra imprese e banche: come costruire un nuovo rapporto tra le due parti?
Forse inquadrando, da parte delle imprese, soprattutto quelle di più piccola dimensione, il rapporto con la banca come un qualsiasi rapporto d’affari, da condurre in una logica di parità e trasparenza negoziale, non con un senso di “inferiorità” nei confronti della banca o con l’idea che la banca debba offrire “assistenza” e aiuto. Le banche sono imprese e devono ragionare sulla base di criteri di convenienza economica, e fare credito è (o dovrebbe essere, io spero che continui a essere) il mestiere principale delle banche.

Pensa che le banche debbano cercare nuovi modelli di servizio?
La tendenza all’innovazione nelle procedure e nelle relazioni commerciali fa parte del normale operare di un’impresa che è collocata in un contesto concorrenziale, come ormai sono i mercati bancari e finanziari. Quindi ritengo non solo certa, ma anche auspicabile, la ricerca di miglioramenti nell’approccio con la clientela.

Quali le differenze, nel mondo del credito, tra oggi e cinque anni fa?
Cinque anni fa eravamo agli inizi dell’epoca segnata da “Basilea 2” e non si era ancora completato del tutto il processo di aggregazione e consolidamento del sistema bancario. Non si era ancora verificata la crisi dei mutui subprime che è sfociata nel fallimento di alcune primarie banche di investimento e che ha trasformato significativamente i mercati e scardinato alcune certezze. Oggi abbiamo banche in Italia più grandi, tutto sommato abbastanza solide, che hanno superato quella crisi senza grandi difficoltà e senza far ricorso ad aiuti di Stato, come invece in altri paesi. Certamente si è dovuti passare – in alcuni casi – per straordinarie operazioni di ricapitalizzazione e, spesso, in un ritorno al “mestiere” di base (credito e raccolta), che ha determinato il disinvestimento di assets no core o comunque l’uscita da mercati e servizi ritenuti non più strategici. Abbiamo anche banche più “capaci” dal punto di vista dell’utilizzo di tecniche avanzate di gestione dei rischi, in particolare di quelli di credito e di liquidità, al fine di fronteggiare la maggiore complessità ed i continui cambiamenti dello scenario economico e del contesto normativo in cui gli intermediari finanziari si trovano ad operare.



Martedi 20 Settembre 2011

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