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Donne più brave, ma quanta fatica!
Eventi Lo dice una ricerca affidata da Camera di Commercio alla LIUC di Castellanza

Nei paesi dove c’è maggiore occupazione femminile c’è anche maggiore crescita economica: nel breve e nel lungo periodo. Lo si è detto il 27 ottobre, a Ville Ponti, al convegno di presentazione di un’indagine sull’occupazione femminile in provincia di Varese affidata alla LIUC di Castellanza. Si è parlato di donne e mercato: dalla scelta dei percorsi scolastici, soprattutto socio-umanistici (sociologia, lettere, giurisprudenza) ma senza dimenticare psicologia, farmacia e biologia alla segregazione occupazionale femminile. Solo il 24% dei dirigenti sono donne e solo il 30% sono quadri. Le donne sono più presenti nei part-time e nei contratti a tempo determinato e collaborazioni. Gap di genere anche nella retribuzione: quella media per le donne è l’80% di quella maschile. A parità di settori, orari di lavoro e livelli professionali, le donne guadagnano meno degli uomini.

Occupazione femminile
La metà delle donne occupate nella nostra provincia lavora in settori ad elevato contenuto di conoscenza: aeronautica, farmaceutico, apparecchiature elettriche, trasporto, ricerca & sviluppo, sanità. Le donne occupate, poi, sono più giovani e più istruite dei colleghi uomini. In provincia di Varese si registra un’elevata difficoltà di reperimento nel comparto tecnico, soprattutto nel manifatturiero e soprattutto per carenza dei candidati: non c’è offerta.

Figure professionali più strategiche
Addetto alle analisi di mercato, tecnico aeronautico, perito elettronico, progettista meccanico, tecnico della riabilitazione. La bassa presenza femminile in queste figure è dettata dalla mancanza di offerta, di esperienza e da problemi di conciliazione. Le donne sono considerate flessibili, ma problematica è la gestione di picchi di lavoro non previsti. Poi ci sono la necessità di rivedere l’organizzazione interna del lavoro e le difficoltà di relazione con i colleghi uomini se si è posizionati in livelli elevati.

Politiche di conciliazione
Il 53% delle imprese attuano politiche di conciliazione. Soprattutto imprese di grandi dimensioni e con settori più femminilizzati. Quasi l’80% concede part-time, poi orario flessibile e attività di formazione per il reinserimento. Telelavoro, banca ore e convenzione con asili sono molto meno diffusi. Cosa si chiede alle politiche pubbliche? Orientamento scolastico, potenziare l’offerta di servizi di cura sul territorio, sostenere le attività di aggiornamento per le donne che vogliono rientrare al lavoro dopo la mobilità. Poi: fare in modo che si possa lavorare senza dover prendere permessi e incentivi fiscali all’assunzione di donne in professioni non tipicamente femminili.

Problemi
Per le imprese, le azioni più importanti sono l’orientamento e la formazione. Per le lavoratrici è più importante la riorganizzazione dei tempi di lavoro.
A seguire, il riconoscimento del proprio lavoro, la sensibilizzazione nei confronti degli strumenti della conciliazione e la divisione dei ruoli all’interno della famiglia e nel lavoro.

Livelli di criticità
Scarsità delle candidature femminili con competenze tecnico-scientifiche, esclusione delle donne dai posti di responsabilità, merito non riconosciuto, ruolo aziendale dequalificato dopo la maternità. Inoltre, le donne sono penalizzate da una forte rigidità nell’orario. E molte imprese ritengono che il fermarsi in azienda sia una dimostrazione di fedeltà, invece diluisce la produttività nel tempo e non aiuta l’efficienza.

Tavola rotonda
Irene Cotis, presidente del Gruppo Donne di Confartigianato Varese, ha dichiarato:
<Tutti dicono dell’urgenza di coinvolgere sempre più le donne nel lavoro, ma non esiste un progetto comune. E le donne sono un grande giacimento di energia non valorizzato. La conciliazione non è solo una questione femminile: credo ci voglia una rivoluzione culturale che parta da noi donne, nelle nostre famiglie. Ho la sensazione che prima di chiedere dobbiamo pretendere da noi stesse. Solo dopo potremmo chiedere sgravi per chi sostiene costi di assistenza all’infanzia. E pensare ad una nuova categoria di servizi alla persona non più nel pubblico ma nel privato>.


Venerdi 25 Novembre 2011

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