Innovazione: “piccola” ma bella
Editoriale Ci vogliono coraggio e incoscienza per realizzare i propri sogni
Le micro e le piccole imprese sono chiamate coraggiosamente ad una fase di profondo cambiamento derivante dai nuovi processi della globalizzazione, dalla complessità competitiva crescente e dalla necessità di aumentare il valore aggiunto con competenze tecnologiche e manageriali innovative.
In questi anni sono molte le imprese che si sono evolute e hanno modificato in senso qualitativo i propri prodotti e la propria produzione conquistando vantaggi competitivi, nuovi sbocchi di mercato, difendendo la redditività.
Ma altre, purtroppo, soffrono e sono a rischio. Oppure, semplicemente, hanno esaurito il business.
E non sono certo aiutate dal contesto in cui si trova il nostro paese, da troppo tempo senza sviluppo e che si affida per il suo futuro ancora una volta ad una “minoranza vitale”: piccoli imprenditori, lavoratori altamente professionalizzati, operatori della conoscenza. Minoranza che difende anche a livello internazionale le posizioni nella fascia alta dei mercati ma che fatica a trascinare una parte notevole della società radicata a privilegi o zavorrata dalle difficili condizioni della crisi.
Tuttavia l’Italia è anche uno dei paesi col più alto tasso di imprenditorialità al mondo, con un senso diffuso della qualità: su queste capacità dobbiamo fare leva per competere con aree e paesi più veloci e aggressivi. In generale abbiamo bisogno di recuperare il merito e la volontà di rischiare, di aumentare la sensibilità di cittadini e imprese verso la qualità e verso l’ambiente sociale, partecipando di più: per innovare anche le istituzioni.
Le piccole imprese sono, pertanto, un patrimonio di ricchezza ed opportunità da rispettare e soprattutto supportare. Sono organismi che vivono di esperienze e di intuizioni coraggiose, ma di fronte alle nuove sfide non ci si può soltanto affidare all’intuizione occasionale.
L’ innovazione di prodotti e processi non può avvenire solo in senso incrementale tradizionale (capacità in cui i nostri imprenditori sono bravissimi) ma anche in senso organizzativo e tecnologico, introducendo criteri di misurazione e di controllo moderno per ridurre le diseconomie, aumentare la qualità verso i clienti e garantire la trasparenza verso gli stakeholders (cittadini, banche, istituzioni).
Infine, una gestione più manageriale (senza togliere il comando all’imprenditore ma anzi aiutandolo nelle decisioni) può favorire anche una transizione generazionale di successo.
In questi giorni si sollecitano le piccole imprese a crescere e a sviluppare forme diversificate di alleanze (dai contratti di rete, alla condivisione di progetti e business) con altre imprese complementari, ma occorre anche mettere in atto una serie di provvedimenti e di processi in grado di innestare e favorire queste possibilità.
Su questo campo quello che ci aspetta nei prossimi provvedimenti dal governo Monti è proprio il riordino della legislazione incentivante per le imprese, favorendo le reti di imprese, il venture capital e lo sviluppo internazionale delle imprese. Ma, soprattutto, una riforma fiscale che riduca il carico su lavoratori e imprese (oltre ad agire sui costi della politica e sulla lotta a evasione e corruzione) insieme ai non più procrastinabili interventi sulle infrastrutture, nell’istruzione e nell’innovazione.
Ecco perché le micro e piccole imprese devono fare innovazione. Che non sarà quella della Ricerca & Sviluppo della grande industria, che non sarà sempre geniale, che avrà i suoi limiti – come tutto al mondo - e che, forse, non sempre sarà “così originale”. Ma che però è in grado di scoprire ciò che le nostre imprese non riescono sempre a rivelare. Si tratta di ripensare al proprio lavoro secondo un’ottica di sfida, dove dietro ad ogni pezzo ci può essere la scintilla del nuovo.
Martedi 3 Gennaio 2012