Associazionismo A dirlo è il professore Paolo Feltrin, docente di Scienze della Politica all’Università di Trieste e ospite di Confartigianato Varese il 23 e 24 gennaio.
La rappresentanza di fronte alla crisi, il declino dell’aspetto sindacale nelle associazioni di categoria, l’importanza di tutelare gli interessi delle imprese di fronte alle istituzioni. Ne abbiamo parlato con il professore Paolo Feltrin, che crede nelle filiere, nella crescita e nell’associazionismo. Le associazioni di rappresentanza sono in pericolo? <In pericolo no, perché per fare una nuova associazione ci vogliono tanti di quei servizi che è molto difficile reggere: molti ci provano ma pochi ci riescono. E questo discorso vale per le associazioni imprenditoriali - delle micro e piccole imprese e dei commercianti - e per i sindacati. Le associazioni rischiano il declino? Questo sì. Per definizione le istituzioni hanno sempre qualcosa di muffo e di vecchio perché hanno una storia. Questo le rende attrattive, ma si deve evitare di essere troppo vecchi>. Però, invece di unirsi le associazioni si sono parcellizzate… <…Nei 50 anni trascorsi le associazioni si sono sviluppate intorno a due pilastri: da un lato il sindacale; dall’altro i servizi amministrativi come paghe e fiscale. Ma anche credito, ambiente, sicurezza sul lavoro, servizio clienti. Il sindacale è declinato, mentre i servizi hanno ancora un ruolo, anche se si deve prestare attenzione ai servizi alternativi che devono soddisfare i nuovi bisogni delle aziende in trasformazione. L’associazione è riuscita ad offrire servizi adatti a queste aziende? La risposta è incerta>. Come sono cambiate le esigenze della rappresentanza di interessi da parte delle imprese? <Servizi più evoluti ed eterogeneità di imprese: due realtà che devono trovare un accordo. Se molte aziende crescono e non ottengono risposte vanno altrove o escono dal mondo della rappresentanza. In questi anni Confartigianato ha intuito il problema, ma non basta cambiare un logo. Molte di queste imprese cominciano a lavorare all’estero e si internazionalizzano. Inoltre, le associazioni faticano ad intercettare i “nuovi mondi” e alla fine vivono di confini superati: il territorio, le esigenze diverse dei comparti (autotrasporto, idraulici, elettricisti), la dimensione aziendale. Così si scatena una guerra di confine sui nuovi settori: l’informatica, per esempio, è del commercio, dell’artigianato o dell’industria?>. Le associazioni di categoria sono state capaci di evolversi di fronte alla crisi? <Negli anni Novanta, di fronte alla crisi dei partiti, tutte le associazioni di rappresentanza degli interessi hanno svolto un ruolo maggiore di quello che gli spettava. Un ruolo di supplenza della politica. Potrei affermare che ciò che ai nostri occhi appare come una “crisi” è, in realtà, un rientro da parte delle associazioni dal ruolo eccezionale che hanno svolto per più di un decennio in questo Paese. I sistemi di rappresentanza hanno tenuto e sono riusciti a fronteggiare la crisi, ma dobbiamo guardare oltre: servizi innovativi ed un sindacale che si riduce ancora>. Quali sono i punti vincenti per un sistema di rappresentanza? <Molte delle aziende associate non esisterebbero neppure senza le associazioni. Voi, in vetrina, proponete uno slogan: “Il vantaggio di essere socio”, perché la micro e piccola impresa si associa se ha un vantaggio. Non fa elemosina o opere pie. L’associarsi è un atto di convenienza. Le associazioni possono fare di più? Non c’è dubbio. Ma spesso le difficoltà sono da leggersi in un quadro regionale e nazionale. Ci sono accordi e azioni di lobby che non possono partire dalla provincia>. Quali le criticità che le associazioni hanno dovuto affrontare di fronte alla crisi? <Più sono le associazioni e più ci si associa, ma la politica contemporanea ha bisogno di pochi interlocutori e non sa cosa farsene di tavoli di concertazione con decine di associazioni. Il mondo del lavoro autonomo si presenta con decine di associazioni, e questo lo indebolisce. Meno si è e meglio si è: il miglior negoziato si fa in due>. Cosa propone? Si deve semplificare la rappresentanza degli interessi, magari con il Patto del Capranica. Capranica sembra trovare alcune difficoltà di intesa, non pensa? <Non ha molto senso se tenta di unificare le associazioni, mentre è significativo e decisivo ai fini negoziali con le istituzioni. Guai se le associazioni si dovessero presentare divise, anche se non è detto che la loro fusione porti effetti positivi. La necessità di allearsi, purtroppo, cozza con le antiche esperienze (i rapporti tra le associazioni) e dipende dai gruppi dirigenti. Capranica deve risolvere problemi di 50 anni: quando si dice piccoli, si è sicuri di essere tutti piccoli? Nel commercio, per esempio, c’è anche la Grande Distribuzione>. Qualche contraddizione di troppo? <Quando si pensa a Capranica si pensa a imprese che lavorano per il mercato locale, ed invece ci sono microimprenditori e commercianti che vivono solo di export. Le MPI vogliono il blocco delle merci cinesi mentre i commercianti le vendono. Gli interessi di Capranica sono vari e la mediazione è più difficile e richiede tempo, anche se costruire una piattaforma di valori comuni è importante>. Pensa ci sia un interesse, da parte di una certa politica, ad attaccare la credibilità delle associazioni di categoria? <Le associazioni intralciano la politica, quindi questa le vuole bypassare per raggiungere direttamente le imprese. Il punto è: la politica tenta di raggiungere i cittadini in quanto artigiani? A mio avviso non ci riesce, ma questo non vuol dire che i sistemi di rappresentanza non debbano modernizzare il loro stile di lobbyng, che non è una parola sporca anzi, se lo si utilizza bene può essere uno strumento di opportunità. Il mondo artigiano presenta confini vastissimi, tanto che nell’immaginario collettivo è già sovrapposto ad un altro continente, quello delle partite Iva. E la politica ha capito che si può rivolgere ad una fetta amplissima di cittadini. Se parlo di imprenditore restringo ad una elite; se parlo di artigianato colgo un pezzo importante, maggioritario e significativo della popolazione stessa>. Tre parole dalle quali cominciare per lasciarci alle spalle la crisi. <Tre indirizzi: non aver paura del futuro (la reazione è sempre quella di guardarsi indietro o di difendere le posizioni acquisite), non aver paura di crescere (spesso in Italia, nel mondo artigianale, si ha l’idea di non dover mai fare il passo più lungo della la gamba, il che è ragionevole ma porta al nanismo aziendale e al non sapere cogliere le opportunità), infine non aver paura di aggregarsi e stringere alleanze (non si cresce solo per processi interni). Bisogna allargare il campo delle reti, delle filiere e delle sinergie. Da soli, oggi, non si fa più niente>. Come potrà essere il futuro delle associazioni di categoria? <Vedo due problemi principali: rinnovare l’identità associativa e di gruppo. Una volta che usciranno dalla struttura tutte le generazioni che hanno vissuto le origini e i decenni passati, che si farà? Si dovrà creare una nuova identità negli organi dirigenziali e provare ad adeguarsi, sempre più, alle trasformazioni dell’impresa. Attenzione, però: il gruppo dirigente deve dare idee e proporre progetti, ma sarà poi l’Associazione (nella figura del direttore, che gestisce e amministra) a decidere della realizzabilità di quelle azioni. Il direttore, all’interno di queste strutture, rappresenta la continuità nel tempo; al presidente spetta la rappresentazione del mondo imprenditoriale. Uno fra gli obiettivi più interessanti è quello di fare lobby: la tutela degli interessi dell’Associazione e delle sue imprese di fronte alle istituzioni>.