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Gregorio De Felice – Intesa San Paolo

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Gregorio De Felice
Chief economist Intesa SanPaolo

Banche e imprese più prudenti, però il fatto è che nel 2013 – secondo il bollettino Lombardia della Banca d’Italia – i finanziamenti alle imprese hanno subito pesanti riduzioni.

Partiamo da qui: una banca ha tutto l’interesse ad aumentare il proprio fatturato. Che cos’è il fatturato per una banca? E’ fare impieghi – perché è il modo con cui una banca aumenta la propria redditività – e questi impieghi devono avere una buona probabilità di essere ripagati. Quindi il merito di credito è un elemento fondamentale e fa la differenza.
Oggi noi ci troviamo di fronte a una dicotomia: da una lato le banche devono fronteggiare un grave deterioramento della qualità del credito e, dall’altro, la regolamentazione sugli istituti di credito si è fatta più severa.
Dunque: l’importo delle sofferenze per le banche è salito di molto, c’è il credito incagliato e tutte le altre voci e i bilanci sono appesantiti da quei prestiti fatti in passato che ora hanno difficoltà a essere ripagati. Con la crisi finanziaria, c’è stata una stretta delle regole sugli istituti di credito: ci vuole più capitale a parità di prestiti effettuati dal sistema economico.

Perché le piccole imprese sono percepite dalle banche come più rischiose di altre?

Per quanto concerne il mondo delle imprese, la situazione è diversa: hanno aumentato il loro grado di leva finanziaria non per fare più investimenti e non per crescere o ampliare la loro capacità produttiva, ma perché pressate da una recessione molto lunga e molto pesante che, con gran parte dei costi fissi, ha provocato un incremento dei loro oneri finanziari. Quindi le imprese vengono percepite come più rischiose dal mondo bancario.

Cosa si può fare da uscire da questo stallo?

Il rischio è lo stallo perché le banche sono più prudenti con bilanci più prudenti e perché la regolamentazione è diventata più severa e le imprese più rischiose. Come uscirne?

Credo si debba agire su un insieme di fattori: per esempio favorire la ricapitalizzazione delle imprese perché le aziende italiane, oggi, sono tra le meno patrimonializzate in Europa. In questi ultimi anni, in Germania, il grado di patrimonializzazione delle imprese è fortemente salito, ma così non è avvenuto in Italia. L’altro aspetto è che dobbiamo porre in qualche modo rimedio a quella che è una caratteristica tutta italiana, cioè di avere un sistema finanziario molto bancocentrico che punta, in maniera molto forte, sulla capacità delle banche di dare prestiti alle imprese. Rispetto a quanto fatto fino ad oggi, i canali alternativi di finanziamento devono essere attivati in maniera molto più forte: dal mercato obbligazionario a quello azionario alla possibilità data dal Governo alle assicurazioni di dare credito.

Manca la liquidità o manca la fiducia reciproca tra imprese e banche?

Il tema non è la liquidità. La BCE, con le nuove Long term refincing operations (Ltro), darà ancora più liquidità – che continua ad essere abbondante – alle banche. Il tema è la qualità della domanda di credito: quella buona è poca; tanta invece quella per cercare di sopravvivere. Siccome le banche sono a loro volta delle aziende – e i soldi che hanno non sono i propri ma sono quelli dei propri depositanti – devono dare credito dove c’è un’elevata probabilità di essere rimborsate. Dove invece il rischio diventa molto grosso, non è una banca ma è l’insieme delle banche che diventa prudente: è per questo che dobbiamo uscire da questo circolo vizioso. Prudenza delle banche, e richiesta provocata dall’emergenza da parte delle imprese, possono essere affrontate facendo sistema con i Fondi centrali di garanzia o con il mondo dei Confidi. Certo che se poi la ripresa non arriverà nemmeno fra un po’ di tempo, col senno di poi sarebbe stato meglio – addirittura – far chiudere prima le imprese: provocare ulteriori perdite è un danno per tutti.

Ma imprese e banche si parlano oppure no? E se sì, come e dove si può migliorare?

Indubbiamente il dialogo tra banca e imprese deve migliorare. La nostra banca ogni anno investe molti soldi in formazione. Tutto può essere migliorato, ma in molti casi sono le imprese che non riescono, o non vogliono, esplicitare i loro programmi nei confronti delle banche e dicono semplicemente: “Mi servono 50, 100, 150mila euro perché devo fare delle cose”. Ma qual è l’obbiettivo? Qual è il percorso di rientro?

Quante sono le aziende in Italia che hanno un direttore finanziario? Moltissime si rivolgono al commercialista, che sarà bravissimo nel cercare di far risparmiare loro qualche euro di fisco, ma non sempre è l’interlocutore giusto per parlare con una banca. Credo che i due mondi debbano avvicinarsi: le banche devono fare più formazione, capire maggiormente le aziende e così via; le imprese devono essere in grado di spiegare i loro programmi ed entrare nella logica che si fa impresa non soltanto con i soldi degli altri, ma anche con i propri.

Quello che notiamo in questa fase economica è che le imprese chiedono più credito, ma non si capisce se gli imprenditori credono in loro stessi e se sono disposti ad aumentare il capitale da mettere in azienda: c’è un rifiuto o un’incertezza. Se loro non ci credono, perché dovrebbe crederci la banca?

Le imprese, però, non avranno tutti i torti! Dove hanno sbagliato le banche?

Anni fa vivevamo in un mondo diverso (i prestiti si concedevano a go-go) che non tornerà più. Il credito era molto abbondante e non c’era stata una crisi grave come questa con la quale l’Italia ha rischiato il fallimento del proprio debito pubblico. Uno dei pochi problemi che non abbiamo avuto in Italia è che non c’è stato il default del sistema bancario, così come è accaduto in Spagna. E’ chiaro che dobbiamo stare uniti.

La BCE immetterà denaro nelle casse delle banche e queste avranno l’obbligo di darlo alle imprese: cosa accadrà?

La banca centrale europea presterà fino al 7% (di impieghi al settore privato esclusi i mutui e le cartolarizzazioni) con le prime due operazioni, quella del settembre e quella del dicembre 2014. Se nel 2016 non si sarà verificato un incremento o una variazione positiva rispetto al trend dell’andamento degli impieghi, le banche che avranno preso quei soldi dovranno restituirle e ci sarà un effetto Stigma, un effetto reputazionale negativo. Queste Ltro sono molto diverse da quelle precedenti, ma Banca Intesa ha avuto 32 miliardi di prestiti dalla BCE e nello stesso periodo ha dato 50 miliardi di nuovo credito al sistema privato, famiglie e imprese.

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