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Monica Cellerino – Unicredit

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Monica Cellerino – Regional Manager Unicredit

Lei dice che gli imprenditori devono imparare a fare meglio gli imprenditore, e le banche a migliorare come banche: come?

Siamo convinti del fatto che gli imprenditori devono imparare a fare meglio gli imprenditori: le imprese che non hanno mai smesso di imparare, di cercare soluzioni innovative, di confrontarsi e di andare un po’ a scuola d’impresa sono riuscite a superare la crisi.

Chi non lo fa, qualche difficoltà in più ce l’ha. E’ evidente che fare impresa oggi è molto diverso rispetto a dieci anni fa o ancora prima. Lo stesso vale per le banche: chi ci ha lavorato quindici anni fa sa che era tanto più facile avere un rapporto con l’impresa e dare una linea di credito.

Oggi si deve capire l’impresa e dove vuole andare; capire il prodotto o il progetto che spesso è di medio termine: è per questo che anche per noi è ormai determinante la fase di aggiornamento e di informazione, tant’è che anche chi è convinto di saper concedere i fidi segue degli aggiornamenti per capire qual è il modo migliore per approcciare l’impresa.

I dati di Confartigianato Imprese dicono che da dicembre 2013 i finanziamenti alle imprese artigiane sono diminuiti del 6,7%: cosa si può fare?

Mi permetto di dire che la lettura dei numeri deve essere fatta in modo corretto, perché se si guarda lo stock degli andamenti dei crediti si vedranno sempre numeri negativi e temo che questo accadrà ancora nei prossimi anni. La macchina dell’erogazione si è rimessa in moto, lo stock dei crediti in essere è forte rispetto le nuove erogazioni ma il saldo è ancora negativo. Poi il saldo netto delle imprese, quelle in attività, è diminuito, quindi la lettura di questi numeri deve essere un po’ più mirata perché c’è il rischio di aver una visione non corretta, in particolare in Lombardia.

Cosa sta accadendo in Lombardia?

La Lombardia è una regione fortunata e Unicredit sta erogando tanto: il 14% in più, anno su anno, alle imprese sul medio termine. La macchina si è mossa con la complicità di alcune situazioni che hanno stimolato le imprese ad investire: un’esigenza, questa, anche fisiologica perché dopo due o tre anni che l’impresa non lavora, le macchine sono da sostituire. Però insisto, secondo me bisogna capire i numeri.

Le imprese chiedono sempre più credito per liquidità e sempre meno per investimenti: siamo in un vicolo cieco?

Le imprese sanno che il livello di indebitamento è un problema. Lo è se non c’è una crescita del fatturato e se non c’è una solidità patrimoniale. Il nostro timore è che la priorità da parte delle imprese, in questo momento, sia quella di ridurre l’indebitamento piuttosto che fare nuovi investimenti. Una corretta relazione tra le banche e l’impresa è fondamentale anche per stimolare la ripresa degli investimenti e l’utilizzo delle linee di credito. Comunque, la ripresa registrata nel medio termine non è stata spontanea ma stimolata dalle banche che hanno offerto credito alle imprese. Questo significa che c’è ancora un clima di attesa e una non completa sicurezza sugli investimenti.

Lei insiste sul fatto che ci si dovrebbe concentrare sulla rete tra imprese: questa aiuterebbe anche le banche nel valutare la concessione del credito?

Per anni tutti hanno parlato delle filiere e di come valorizzarle, ma il concetto fondamentale è che ci sono imprese un po’ più grandi che lavorano con imprese un po’ più piccole. Il valore di questa filiera, spesso, è sottovalutato anche dalle imprese più grandi: mantenere in salute i Piccoli che danno il semilavorato e che contribuiscono alla produzione finale e al successo delle realtà imprenditoriali più grosse è fondamentale. Da parte nostra cerchiamo di favorire la cultura del Reverse Factoring, che può essere utilizzato – ad esempio – proprio con le imprese più piccole: diamo un affidamento alla grande impresa per facilitare e rendere molto più veloce il credito sulla piccola e liberare linee di credito, perché sono le micro e piccole imprese ad avere problemi di accesso al credito e ad ottenere finanziamenti dalle banche. Anche da noi. Questa è cultura.

L’altro aspetto è quello di favorire le aggregazioni parziali perché in Italia è forte il concetto di individualismo dell’impresa: “Ce l’ho da 50 anni, è mia”. Però ci sono alcune parti del processo imprenditoriale che possono essere condivise: il cortile, il furgone, l’approvvigionamento energetico. E’ per questo che Unicredit sta cercando di sostenere le forme di aggregazione (non una rete) dicendo alle imprese che nessuna di loro perderebbe la propria individualità. Anzi, questo permetterebbe di arrivare a forme di collaborazione ancora più evolute.

L’aggregazione vale anche per le banche così come potrebbe aiutare il posizionamento dei grandi gruppi bancari all’estero?

Credo che il sistema bancario italiano sia molto conosciuto, e a parte due grandi banche le altre sono molto frammentate. È noto quanto è avvenuto nel sistema bancario italiano negli ultimi 15 anni: sia Intesa che Unicredit si sono aggregate con banche molto più piccole, si sono fatte più forti e hanno potuto guardare all’estero con più convincimento. Esistono due mondi: quello delle banche forti, robuste e già presenti e quello delle cosiddette banche domestiche. Secondo me vanno bene entrambe. Il tema, casomai, è che oggi un’impresa non può avere 10 o 15 banche, ma una sola banca: locale o media ma che faccia parte di un gruppo internazionale. Se ti precludi questa possibilità ti precludi la crescita.

Come si è comportata Unicredit?

Io non posso fare riferimento ad altre banche perché non conosco la loro storia, ma credo che non siano stati sbagliati gli investimenti. Sono state date delle priorità che tempo per tempo, bisognava obbligatoriamente dare a seconda del contesto. Il nostro gruppo si è mosso in anticipo sui tempi (parliamo di dieci anni fa) e ha capito che conveniva acquisire banche in altri paesi perché, spesso, la porta d’ingresso è altrove: in Turchia, in Polonia, ecc…questa scelta avrebbe facilitato gli investimenti. E’ vero, probabilmente, che la capacità di una banca di essere presente in altri Paesi per facilitare le imprese non è da tutti: in Italia questa visione ce l’hanno solo due gruppi bancari. Gli altri istituti di credito non hanno avuto la forza per fare questo passo, ma hanno punti di riferimento sul territorio italiano grazie ad una presenza – non certo limitata – di banche straniere.

Alcuni economisti sostengono che la liquidità della BCE, quella che sta per arrivare, difficilmente andrà alle imprese: cosa ne pensa?

Con i Tltro ci sarà sicuramente un vantaggio in termini di condizioni: già dalla prossima settimana, le maggiori banche potranno comunicare le possibilità che questo strumento europeo darà alle imprese. Il primo beneficio del Tltro sono i costi della provvista: trattandosi di fondi provenienti da risorse messe a disposizione per le imprese, alleggeriscono il costo totale che la banca ha della provvista perché legato al costo del rischio e agli accantonamenti che spettano all’istituto di credito. Ci saranno differenze tra una banca e l’altra, ma il vantaggio sarà prima di tutto questo.

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