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Carlo Milani – Economista CER

Carlo Milani
Economista al Centro Europa Ricerche

Gli strumenti alternativi al sistema bancario, per le piccole imprese, funzionano o no?

Dobbiamo fare una distinzione in base alla dimensione dell’impresa. Ci sono strumenti adatti alle piccole e medie imprese come i Minibond. Strumenti molto utili, lo vediamo in termini di emissione, che stanno andando abbastanza bene. Però un’emissione obbligazionaria comporta dei costi di circa una decina di migliaia di euro, ovviamente costi al di fuori della portata delle imprese più piccole. Lo strumento dev’essere calato sulle caratteristiche dell’impresa non soltanto in termini dimensionali a anche settoriali. Alcuni, per le piccolissime imprese proprio non possono essere adatti: penso al private equity o ad altre forme di ingegneria finanziaria più avanzate. Qui si deve tendenzialmente pensare ad un rapporto stabile con la banca. Da questa relazione purtroppo non se ne esce e possibilmente dovrebbe essere quanto più possibile sana e duratura: oggi non è proprio così.

Ma perché le grande imprse non hanno difficoltà ad accedere al credito, mentre per le piccole l’accesso ai finanziamenti è divenuto sempre più difficile?

Anche in questo caso ci sono di mezzo i canali alternativi. Le grandi imprese hanno la possibilità di accedere a finanziamenti come l’emissione obbligazionaria o quella azionaria. Quando si rivolgono a una banca hanno, di fatto, un mercato concorrente e quindi l’istituto di credito ne tiene conto applicando condizioni di favore: per esempio posta la liquidità in abbondanza che c’è sui mercati. Per le piccole e medie imprese questi canali alternativi stanno crescendo ultimamente, ma di fatto sono a livelli molto bassi per poter fare concorrenza al canale bancario. Canale che, spesso, riesce ad intercettare anche i canali alternativi perché ha un ruolo importante nei fondi di private equity o nell’emissione di Minibond. L’intermediario bancario, allora, è utilizzato come operatore di collocamento: in un paese bancocentrico come il nostro, questi riescono ad avere una copertura sul sistema finanziario molto ampio e a limitare le capacità imprenditoriali di avere ulteriori finanze. Dal lato dell’impresa qualche problema c’è. Il primo problema è di natura finanziaria: l’imprenditore spesso non è a conoscenza degli strumenti che ha disposizione, anche di quelli alternativi al canale bancario, e quindi si pone in una posizione di sudditanza rispetto all’ufficio crediti della banca a cui generalmente si rivolge. Il secondo problema: se guardiamo alla struttura finanziaria delle imprese spesso le troviamo poco capitalizzate, un po’ troppo focalizzate sui settori tradizionali, che non investono molto in tecnologia. Tutto questo complica il rapporto con le banche.

La presenza delle grandi imprese nei consigli di amministrazione delle banche non rappresenta un conflitto di interessi?

Alcune volte, la presenza delle grandi imprese nei consigli di amministrazione può determinare dei conflitti d’interesse. Lo abbiamo visto tendenzialmente negli scandali finanziari più recenti che hanno coinvolto grandi imprenditori (quali Ligresti) che avevano un ruolo importante nelle istituzioni finanziarie: è per questo che avevano una facilità di accesso al credito sproporzionata anche alle caratteristiche e alla struttura finanziaria delle imprese che controllavano. Non avrebbero dovuto ricevere quei miliardi che, invece, hanno ricevuto. Questo ruolo crea senz’altro qualche problema nella gestione creditizia della banca, ma un ruolo ancor più determinante – secondo me – lo giocano le Fondazioni bancarie. Perché lì, alcune volte, il controllo è molto grande anche con piccole quote di partecipazione: si parla di un controllo del 70%, 80% dei seggi disponibili. E’ così che riescono ad influenzare la vita e la morte di una banca. Anche le decisioni che vengono prese, spesso, non sono nell’interesse della banca ma nell’interesse della fondazione (il caso Montepaschi che fa scuola), quindi si limita la possibilità di emettere nuove azioni perché la Fondazione non ha la possibilità di seguire questi aumenti di capitale e di non vedere diluita la sua partecipazione. Addirittura capita che la stessa Fondazione si indebiti per continuare ad avere un ruolo di partecipazione e di controllo nella banca. Questi sono i problemi, che andrebbero migliorati, nei consigli di amministrazione.

Perché lei è così scettico, lo ha scritto anche in un articolo su la Voce.info, sulle Tltro volute dalla Bce?

Le Tltro non funzionano perché sono state pensate come una scappatoia rispetto al quantitative easing, cioè all’acquisto diretto di titoli di Stato da parte della Banca centrale europea. L’idea è stata quella di costruire un’operazione che permettesse alle banca di ottenere finanziamenti a bassissimo costo, pressoché a tasso zero, per poter poi sostenere di fatto titoli di Stato (gli spread salivano troppo) qualora ce ne fosse stato bisogno. Inizialmente sono nate le Ltro, che non prevedevano nessun tipo di vincolo: questo ha suscitato qualche dibattito soprattutto nei paesi nordici e in Germania in particolare. Successivamente sono state fatte le Tltro, in cui sono stati posti dei vincoli molti scarni. Tendenzialmente la banca può fare quello che vuole con i soldi ottenuti, con l’unica condizione: se non fa ulteriori finanziamenti deve restituire anticipatamente il finanziamento ottenuto. Quindi, invece che quattro anni può tenere una liquidità a tasso zero per due anni: ne potrebbe comunque trarre grande vantaggio. E al di là di questa operazione, come abbiamo visto nella prima emissione. Quella che c’è stata recentemente, non ha avuto un grosso successo sui mercati: sui 400 miliardi nei sono stati richiesti circa 80, di cui la metà da Italia e Spagna. Anche in Italia le richieste sono state al di sotto rispetto alla richiesta potenziale, quindi questo evidenzia il fatto che al momento il sistema bancario non ha un problema di liquidità. La liquidità c’è in abbondanza; il problema è come trasmetterla. Le banche non trasferiscono questa liquidità all’economia reale, alle imprese, e così tendono a limitare la crescita degli impieghi perché hanno una palla al piede costituita dalle loro sofferenze. La grossa crescita dei mancati pagamenti da parte dei debitori che avevano contratto dei finanziamenti in passato, limita la capacità della banca di fare ulteriore credito se non attraverso una maggiore dotazione di capitale che, però, è un aspetto su cui le banche sono molto sensibili. Aumentare il capitale in questa fase costa perché vuol dire cambiare gli assetti proprietari, cosa che spesso non si vuole fare. Questo crea un circolo vizioso perché la crescita di sofferenze limita il credito e il credit crunch, a sua volta, limita le potenzialità di crescita della nostra economia. Con una minor crescita si mette in moto un ulteriore peggioramento nella capacità delle imprese di ripagare i debiti contratti e, quindi, si rimette in moto un aumento delle sofferenze. Rompere questo circolo vizioso con le normali forze di mercato è molto difficile penso che l’unica strada per uscire da questa situazione sia quella di seguire gli esempi di Spagna e Irlanda, che hanno costituito una Bad Bank. Una società di gestione degli attivi che, prendendo gli attivi più rischiosi, li gestisce in modo professionale e cerca di recuperare il recuperabile. Però deve agire di fatto su masse molto grandi, parliamo nell’ordine di 50, 80 miliardi di euro, quindi serve un supporto pubblico che potrebbe essere sotto forma di immissione di capitale o concessioni di garanzie. In Spagna si è passati attraverso gli aiuti europei, quindi ci si è indebitati con l’Europa per la costituzione della Bad Bank. In Italia, posto le condizioni di finanza pubblica, probabilmente si dovrebbe fare la stessa cosa. Così, però, non si farebbe altro che allungare la difficile situazione del contesto bancario e, di conseguenza, del rapporto tra banche e imprese. Con un rallentamento dell’uscita dalla recessione.

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