Cerca:
Home Fabio Bolognini – Consulente finanziario

Fabio Bolognini – Consulente finanziario

FABIO-BOLOGNINI

Fabio Bolognini – Consulente finanziario

Nel 2013, durante un incontro a Saronno, lei parlò del rapporto tra imprese e banche non sempre facile: da allora è cambiato qualcosa?

Di questi rapporti tra banche e imprese, e della necessità di cambiare, se ne parla forse da cinque o dieci anni, dai tempi in cui anch’io lavoravo in banca. Se ne parliamo ancora oggi, vuol dire che una ricetta non è stata trovata e, probabilmente, perché con la crisi economica le cose si sono fatte più complicate rispetto ad un’economia che cresce stabilmente. Sono aumentati i livelli di sfiducia tra le due parti e la tensione, quindi quella è difficile realizzare quella che potrebbe essere una dichiarazione di intenti tra imprese e banche.

Ma imprese e banche si stanno parlando, oppure no?

Sono convinto che entrambe non si conoscono abbastanza. Recentemente ho detto, e scritto, che se le imprese “adottassero” i bancari e li tenessero qualche mese all’interno dei capannoni le cose cambierebbero perché la realtà delle micro e piccole imprese, di quelle artigianali, Non è facilmente comprensibile se uno non ci vive dentro un giorno, due giorni o forse qualche mese. Questo concetto di adozione dell’uomo di banca sarebbe un grosso passo in avanti perché permetterebbe alle due parti di comprendersi. L’imprenditore capirebbe le problematiche che determinano le sue difficoltà e i meccanismi con i quali si prendono le decisioni in banca. Innovare o cambiare il rapporto tra banca e impresa resta, però, un titolo. Non ci si intende su come poter svolgere questo compito perché non ci si capisce su cosa sia un credito buono da un credito meno buono, una impresa che ce la fa da una che non ce la fa. Ma queste sono etichette e devono essere qualificate in un modo più preciso.

Si parla anche di un cambio nei criteri di valutazione da parte delle banche: non solo quantitativi ma anche qualitativi?

Anche chi dice di aver inserito nella valutazione alcuni fattori qualitativi, tipicamente non lo fa. E questo accade soprattutto per la piccola impresa, perché il bancario non ha tempo necessario per seguire tutte le piccole imprese nel suo portafoglio. Per ottenere risposte qualitative si devono fare alcune domande alla persona giusta, cioè all’imprenditore. Vanno fatte in azienda e guardando a tutto ciò che è al di là del numero. Invece credo che, oggi, ciò che prevale nella maggioranza delle valutazione sono i numeri di bilancio e delle linee di credito in centrale rischi. E sono numeri che guardano inevitabilmente al presente o al passato, mai al futuro.

Cosa si può fare per superare la dipendenza delle imprese da un sistema bancocentrico?

Il sistema nasce come bancocentrico e difficilmente potrà cambiare. Quando il 98% delle imprese sono di piccola o micro dimensione non si può immaginare, anche se qualcuno lo ipotizza, che possano entrare nei mercati di capitali non interessati a queste dimensioni imprenditoriali. Ciò nonostante, ci sono alcuni sforzi in atto per canalizzare i capitali e la liquidità verso le piccole imprese. Capitali e liquidità che sono molto più disponibili al di fuori di un sistema bancario ancora vissuto con un certo grado di rischio e perplessità. E’ un’idea, questa, incoraggiata dalla Comunità Europea, dalla stessa Banca centrale, dai Governi, ma non è facile trovare questi canali di trasmissione.
Si fanno esperimenti, soprattutto all’estero, con le piattaforme di finanziamento della piccola impresa: strumenti che non si capisce il perché non debbano essere copiati, clonati e portati in Italia. Se si riuscirà ad utilizzare queste piattaforme, allora anche le piccole imprese potranno beneficiare di questo tipo di liquidità, quella disponibile sui mercati internazionali e a caccia di quei rendimenti che la piccola impresa può garantire. Perché oggi la piccola impresa paga oneri finanziari importanti al sistema bancario e invece potrebbe essere finanziata da altre fonti anche sulla base di rendimenti che sono più interessanti rispetto a quelli che possono essere forniti dal debito di Stato piuttosto che dalle grandi corporazioni. Mi sembra però un processo molto lento, molto faticoso, un po’ spinto da decreti leggi più che non dall’incontro effettivo di domanda e offerta.

Lei si è dimostrato scettico riguardo i finanziamenti che arriveranno dalla BCE: perché?

Perché nel meccanismo studiato dalla Banca centrale sul Tltro, non ci sono regole che costringeranno il sistema bancario ad aumentare decisamente gli impieghi verso le piccole e medie imprese. I tentativi fatti in alti Paesi non sono stati di grande successo. Fin quando le banche saranno un’entità privata con la possibilità di scegliere dove allocare il rischio e dove intermediare, si sarà al punto di partenza. Perché faranno credito dove riterranno ci sia un credito buono e non faranno credito a quelle imprese che, pensano, non abbiano prospettive.
Quindi, il problema è quello di migliorare la capacità della banca ad esprimere un giudizio da qui ai prossimi tre anni, non sui tre anni passati. E’ una grossa sfida che include anche la formazione sul campo da parte del sistema bancario, un problema che oggi registra grosse tensioni sul fronte della gestione del personale.

Quali gli strumenti alternativi al credito bancario che potrebbero essere utilizzati anche dalle piccole imprese?

Già oggi esistono piattaforme di finanziamento diretto da parte di investitori istituzionali e non. Questi strumenti sono superfunzionali negli Stati Uniti, ma esistono anche in Inghilterra e Germania con un paio di tipologie riguardanti la piccola impresa. La piattaforma più interessante è quella che lavora sui crediti commerciali e sulle fatture. Oggi, ci sono mercati che si scambiano crediti commerciali e fatture: se ricordo bene, in una di queste piattaforme il governo inglese mette a disposizione dei fondi per migliorarle e segnala tutti quei casi in cui il credito è stato rifiutato dalle banche. Dunque, c’è un tentativo di spostare verso la finanza alternativa tutto ciò che è del sistema bancario. Poi esistono mercati in forte crescita in cui privati e società prestano piccoli importi direttamente alle imprese che hanno progetti innovativi: anche qui si registrano tassi di crescita che sono tra il 20% e il 50% all’anno e che si confrontano con un credito bancario che, invece, è sceso del 5% e, a volte, del 10%. Ecco, qualcosa si sta muovendo anche qui in Italia perché c’è la volontà delle istituzioni di facilitare l’incontro tra le banche e le piccole imprese. Si avverte il bisogno di attivare questi canali aggiuntivi: fatture e finanziamenti di progetti, iniziative e finanziamento di capitali di rischio nelle forme del crowdfunding o del peer to peer landing.

TORNA SU