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Federico Visconti – Docente Sda Bocconi School of Management

Federico Visconti - Docente Sda Bocconi School of Management

Federico Visconti – Docente Sda Bocconi School of Management

E’ innegabile che qualche problema, tra imprese e banche, c’è: cosa sta accadendo?

Si dovrebbe ricominciare a parlare di azienda, quella che sta difendendo certi spazi sui mercati e che produce risultati. Perché quando si parla di azienda si parla di prodotti e mercati. Se l’azienda è in queste condizioni, allora possiamo mettere a fuoco i possibili strumenti che possono accompagnarla e rinvigorirla ulteriormente. Se l’azienda non è in queste condizioni, o se è troppo piccola, si deve pensare ad alcuni strumenti alternativi. Però da qualche parte si deve pur partire: per esempio dal progetto industriale, o di servizio. Quando uno cammina per la strada vede un negozio chiuso o una fabbrica con le erbacce intorno: è chiaro che il mercato interno sta soffrendo molto. Ma anche andare all’estero non è facile: se si è troppo piccoli, non si riesce. Allora il rapporto tra imprese e banche è prima di tutto un rapporto di sopravvivenza: da un lato le imprese che chiedono denaro per le scadenze a fine mese, dall’altro le banche che chiedono agli imprenditori se stanno penetrando il mercato tedesco. E l’imprenditore risponde: “Io non sono mai uscito dai confini della Lombardia!”. Si capisce che le banche, in quanto imprese, devono far quadrare i conti. Possiamo anche discutere del fatto che in passato hanno commesso qualche errore, ma la situazione è questa.

Grandi imprese e grandi banche: quale è il rapporto?

Per come conosco le grandi banche, immagino che sul loro tavolo ci siano problemi che nascono da impegni assunti in momenti diversi con grandi imprese. Adesso i nodi vengono al pettine. Al di là degli slogan, la priorità per la piccola impresa non c’è. Anche perché, oggi, non c’è più spazio per mille imprese che fanno la stessa cosa. Forse dovremmo ricompattare i settori, aumentare la dimensione imprenditoriale: così potremmo negoziare meglio con i fornitori e avere performance migliori all’estero. Se le imprese non lo fanno, per la banca è difficile dire “questo è un progetto vincente”. Un’altra cosa: al 90% del proprio lavoro di imprenditorie (quello di stare alle macchine) non si deve sacrificare il 10%, cioè quella conoscenza che permette di capire costi e mettere a fuoco certi investimenti. Mi ricordo di settori in cui un imprenditore comprava macchine di stampa da 2, 3 milioni di euro solo perché l’aveva acquistata il suo concorrente e non perché gli serviva. Questo crea un meccanismo al rialzo dannosissimo: i prezzi scendono, i margini si riducono, la banca dice che ha sbagliato a concedere il leasing all’imprenditore. E lui che fa? E’ per questo che è importante gestire l’equilibrio generale dell’impresa, il che non vuol dire avere un Marchionne alla testa di un’impresa di dieci dipendenti. Però non vuol dire nemmeno andare avanti così come si è sempre fatto. Il passaggio obbligato per parlare con le banche è questo: la progettualità, il business plan, la quadratura dei conti dell’amministrazione e della gestione. Dall’altro lato, le banche devono recuperare un linguaggio per dialogare con le imprese e per capire cosa accade in un’azienda che lavora sui torni. Questo non si può leggere sul computer della filiale.

Imprese e banche non si parlano?

Un sistema di relazioni probabilmente c’è, ma si è affievolito con le tante e dure tensioni di questi ultimi anni. I meccanismi di fiducia si sono incrinati: se parliamo per la strada con cento persone di buon senso, ci diranno che la crisi nasce dal mondo delle banche, da un certo modo di gestire il risparmio, dalla finanza internazionale. L’immagine della banca è indubbiamente deteriorata e così la conoscenza tra istituti di credito e imprese deve affinarsi rispetto alle sfide che abbiamo davanti adesso. Non è che ci si conosce perché si è insieme e ci si incontra ai Lions, al torneo di bocce o al ristorante. Ci si conosce se si va a fondo nei problemi dell’azienda, perché è evidente che le banche senza imprese avrebbero ben poco da fare. E’ per questo che le banche devono essere un sostegno dell’economia reale.

Insomma, imprese e banche hanno entrambe torto: quanto potrebbero aiutare le reti di impresa?

Le imprese e le banche devono rimettersi a fare il loro lavoro. Le imprese mettendo un po’ a fuoco la missione dell’azienda, i prodotti, magari alleandosi. Ricordo che tanti anni fa, quando c’era una fetta di torta per tutti, l’opera si metteva in proprio e diventava rivale – come cane e gatto – dell’imprenditore che l’aveva fatto crescere. Ora di torta ce n’è sempre meno, allora le imprese devono mettersi insieme: io faccio questo pezzo, tu ne fai un altro, ci mettiamo d’accordo per realizzare un progetto più ampio. In questo caso, la banca alimenterebbe l’intera filiera perché finanziando la capofila, sosterrebbe anche tutte le piccole imprese che lavorano per quella più grossa. Nelle reti di impresa qualcosa funziona e qualcosa no, però possiamo considerare le reti un cantiere pedagogico di come le aziende potrebbero lavorare insieme. Ecco, penso che debba ripartire da qui: anche per tenere insieme i nostri giovani e per comunicare quell’idea di lavoro che è alla base di questo Paese. Un Paese che senza imprenditori e Pmi sarebbe in seria difficoltà.

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