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Luca Barni – BCC Busto Garolfo e Buguggiate

Luca Barni - Direttore della BCC di Busto Garolfo e Buguggiate

Luca Barni – Direttore della BCC
di Busto Garolfo e Buguggiate

Lei sostiene che il sistema italiano sia troppo banconcetrico: come si affronta il rapporto tra imprese e istituti di credito?

Bisogna lavorarci perché il sistema in Italia è ancora bancocentrico. E’ inutile fare voli pindarici ed é meglio lavorare concretamente su quello che c’è. Oggi si parla di Mini bond, corporate bond, cartolarizzazioni, possibilità per le assicurazioni di investire nelle aziende, ma poi ci si dimentica – o non si prende mai in considerazione il fatto – che il 95% delle aziende italiane ha meno di dieci dipendenti. Allora è difficile immaginare cosa potrà accedere a strumenti così strutturati come quelli che abbiamo appena citato. Il sistema è bancocentrico e bisogna tornare a capire quali sono le esigenze finanziarie della clientela per poterle soddisfare al meglio.

Un dialogo migliore potrebbe servire?

Il discorso della comprensione parte dal dialogo e dalla comprensione delle esigenze del cliente. Noi, in passato, non ci siamo inventati cose molto complesse, ma molto semplici con un semplice principio: partendo dal basso. Siamo andati dalle associazioni di categoria e con loro abbiamo analizzato quali fossero le reali esigenze dei loro associati. E abbiamo creato dei prodotti che soddisfavano queste esigenze, assolutamente tarati su quelle che erano le richieste. Questi casi sono diventate delle best practice, anche a livello nazionale, con citazioni a livello nazionale sulla stampa specializzata. Secondo me bisognerebbe ritornare a fare la stessa cosa.

Ma questo aiuta la richiesta di liquidità delle imprese oppure no? I dati dicono che i finanziamenti alle imprese artigiane siano calati, da dicembre 2013, del 6,7%.

Quando si parla di liquidità, la liquidità c’è, soprattutto nel nostro caso, perché i nostri clienti ci stanno dando sempre più fiducia aumentando i loro depositi in BCC. Le posso anche confermare che, dal punto di vista della BCC, noi abbiamo più impieghi – +5% – rispetto a quelli che avevamo nella situazione pre-crisi. In questi anni, questo 5% è stato dato alle famiglie e alle imprese, ma questo è difficile da confermare proprio per la generalità del sistema bancario. Poi, come al solito, c’è la media del pollo di Trilussa: il – 6,7% di cui parla lei. Il Sole 24 Ore qualche settimana fa ha pubblicato i dati di bilancio delle nove maggiori banche italiane, dai quali risulta un dato simile a quello che lei citava: un meno 7%. I primi dieci gruppi in Italia hanno il 70% delle quote di mercato con, tra l’altro, le prime due banche che sono ampiamente sopra questo 7%: allora non posso che darle ragione. Questo è il sistema. Al contrario, la BCC – e tutto il sistema del credito cooperativo – presenta percentuali diverse. Ovviamente sono cosciente del fatto che, nonostante i tantissimi sforzi, la BCC non può incidere più di tanto su quella che è l’economia reale del nostro territorio.

Quindi, cosa suggerisce?

Meno proclami roboanti e più concretezza. Ancora oggi sento di decine di miliardi di euro che verranno dati alle aziende italiane. Ho letto anche di accordi che verranno fatti da associazioni di questo territorio con banche del milanese che parlano di 100 milioni di euro che dovrebbero essere erogati su questo territorio. Poi parlo con i miei clienti, e si viene a sapere che di questi soldi, sul territorio, ne arrivano ben pochi. Inoltre, di queste erogazioni non si sa mai come vanno a finire: io concedo un plafond di 100 milioni nei prossimi sei mesi; il mese successivo non trovo nulla dei risultati consuntivi ottenuti.

La BCC cosa ha fa?

Abbiamo cambiato il rapporto con il cliente: quando viene a chiedere finanziamenti e quando siamo noi a dare e proporre determinate linee in base alla sua operatività.

Questo sta portando a grandi risultati in termini di erogazione di nuovi finanziamenti; questa è la concretezza di cui parlo. Abbiamo condiviso la nostra linea con i clienti e abbiamo messo il segno “+” al trend delle nuove erogazioni. Quindi, parliamo meno e lavoriamo di più: questa è la ricetta migliore per tutti.

Lei dice che la BCC ha “cambiato i paradigmi”: cosa significa?

Intendo dire che hanno ragione i professori universitari quando dicono che i finanziamenti verranno erogati a imprese che hanno determinate caratteristiche. Non se ne parla mai o, meglio, ne parla solo la stampa specializzata: le banche, con tutte le colpe che possono avere, in questi anni hanno pagato la crisi. Ad oggi, decine di miliardi di euro messi a perdite su credito. E questo è innegabile; pur con tutte le debolezze e le criticità che possono essere addebitate agli istituti di credito, le banche hanno pagato. Allora, è inevitabile il cambiamento nel rapporto con il cliente: quel segno “+” di cui parlavo, nasce dal fatto che la BCC è andata direttamente dal cliente e ha proposto le linee di credito. Certo, lo abbiamo fatto con chi ha determinate risorse che gli garantiscono un certo futuro sotto il punto di vista della redditività: non possiamo più permetterci altre decine di miliardi di euro a perdita sui crediti nei prossimi anni.

D’accordo, ma il credito serve un po’ a tutte le imprese. Cosa deve fare un imprenditore?

Ci vuole trasparenza. Le racconto un aneddoto: tempo fa parlavo con un commercialista che faceva fatica a far capire al suo cliente che non c’erano problemi a uscire in perdita. I cliente gli diceva: “Ma se io porto una perdita alla banca questa mi mette a rientro”. La banca ha tutti gli strumenti per analizzare al meglio il bilancio del cliente, non so però fino a che punto gli interessa il risultato finale. Insomma, quando la BCC eroga un finanziamento dà anche il via ad un rapporto fiduciario, ecco perché anche l’impresa deve essere trasparente. Anche le banche hanno problemi di redditività e non mi aspetto che le aziende vengano da noi dicendo che vivono nella più totale floridezza, però parliamoci chiaro. Affrontiamo le difficoltà e vediamo cosa si può fare. Dopodiché, come è normale, prediligiamo le aziende che investono la propria reddittività su se stesse. Il vecchio paradigma “azienda povera, imprenditore ricco” non si può più applicare in questo periodo.

Come se ne esce?

È molto semplice: se tu credi nella tua azienda ci metti qualche quattrino o non chiedi tutto alla banca. Se chiedi tutto alla banca mi chiedo se tu credi alla tua azienda. Sono principi assolutamente semplici che vanno nell’ordine della trasparenza del rapporto con la banca.
Per me è facile dirlo perché siamo una banca piccola: più che di Pmi, viviamo di micro-piccole-medie imprese, e quindi non abbiamo mai creato reti di valutazione frutto della pura statistica. Abbiamo i nostri rating tarati su clienti di piccole dimensioni. Ecco: non abbiamo questo tipo di automatismi, molto belli da un punto di vista scientifico ma devastanti dal punto di vista dell’oggettività dei rapporti con il cliente, quindi ci possiamo permettere di fare questi discorsi.
E di erogare più impieghi di quelli dello stesso periodo dell’anno scorso.

Un buon risultato per una banca di credito cooperativo, no?

Certo, perché questo tipo di banca vive di micro-piccole-medie imprese: quando abbiamo messo a rientro alcuni clienti non abbiamo usato automatismi asettici ma un’analisi oggettivi dei dati parlando con il cliente e motivandogli il perché della decisione. Quindi: rating calibrati sulla tipologia della nostra clientela e peer monitoring che all’interno di una comunità locale.
Peer monitoring intendo attività di controllo tra pari: se tu vivi all’interno di una comunità, c’è automaticamente un controllo sociale che non ti permette di avere determinati comportamenti sanzionabili dal punto di vista sociale. Quest’attività di controllo porta un vantaggio a tutta la comunità e noi ne siamo favorevolmente soggetti. Siamo sulla stessa barca dei piccoli del territorio: come avremmo potuto lasciarli? Saremmo andati anche noi alla deriva.

Il territorio è fondamentale. E la rete tra istituti di credito e associazioni di categoria?

In passato abbiamo attivato la filiera tra associazioni e banche: casi di best practice a livello nazionale perché se la Bcc ha come interlocutore un solo attore che in realtà è il collettore delle esigenze di qualche migliaio di persone (parliamo pure di imprenditori artigiani) riesce a catalizzare le loro esigenze più in fretta e in modo più mirato. Quello che la BCC cerca di fare, e ha fatto in questo periodo seguendo la sua Carta dei Valori, è quello di fare educazione finanziaria: una lina che nelle associazioni di categoria trova una fortissima cassa di risonanza. Noi lavoriamo secondo determinati principi.

Lei, in passato, non ha mancato di rimproverare agli imprenditori una visione “corta” del credito: perché?

Guardo sempre al domani e il rimprovero non mi è congeniale. Se devo fare una critica costruttiva al mondo degli artigiani o dell’imprenditoria in generale, dico che c’è ancora qualche imprenditore che non ha capito che il credito è solo un motore alternativo al motore termico, cioè alla reddittività dell’azienda e al suo utilizzo all’interno della stessa. Qualcuno, invece, continua a pensare che avendo credito la sua azienda può andare avanti: non è così se non risolve il problema della redditività e si rischierebbe di buttare risorse che potrebbero essere investite in modo migliore.

La stessa critica la muove anche alle banche?

Sì, la visione corta c’è anche qui perché la maggior parte del sistema bancario è quotato e coloro che hanno comprato delle azioni ogni anno, giustamente, pensano a un dividendo. Poi c’è stato il diluvio normativo di Bruxelles sul sistema bancario che ha giocato pro-ciclicamente nei confronti dell’operatività degli istituti di credito. Il combinato disposto di questi due elementi porterà il sistema bancario, soprattutto le banche grandi, ad avere una visione corta. E questo non crea un rapporto di medio termine con il cliente.

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