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Marina Puricelli – Docente Università Bocconi

Marina Puricelli - Università Bocconi di Milano

Marina Puricelli
Docente Università Bocconi di Milano

Lei sostiene che la rete può essere uno strumento per agevolare il confronto con la banca: perché?

Lavorano sulla dimensione e permettono alle imprese di crescere restando, però, piccole. Se si cresce, la banca guarda le imprese con occhio diversi e così il confronto è facilitato e l’acquisizione del credito anche. A mio parere, però, il problema da parte delle banche è quello di riuscire a capire il progetto imprenditoriale anche di una singola azienda o di una rete al di fuori degli stereotipi. In troppi casi, infatti, il mondo delle banche è parso distante dalle tipicità della una piccola impresa e, ancor più, da quelle di un’impresa artigianale. Il fatto è che al di là dei luoghi comuni, le banche guardano ancora ai progetti imprenditoriali un un’ottica numerica e con standard mutuati dall’Europa. Il paradosso è che si rischia di finanziare chi è capace di presentarsi bene con i numeri ma con la sostanza.

Le reti stanno avendo successo?
Per la prima volta, in termini di alleanze e accordi, sta registrando un successo quantitativo. Però ne passa dal riconoscere un successo quantitativo al riconoscere anche un successo qualitativo in termini di miglioramento dei risultati operativi: dobbiamo essere cauti.

In che senso?
In molti casi dietro al grande numero degli accordi sottoscritti ci sono anche collaborazioni di facciata e che sono state create ad hoc magari per acquisire un po’ di fondi pubblici. Collaborazioni pensate con obiettivi diversi da quelli con cui sono state pensate: strategici e gestionali. Il fenomeno merita però di essere osservato perché è di sicuro interesse. Non si può sparare a zero sul contratto di rete, anche se non abbiamo ancora la certezza di risultati operativi, perché per la prima volta il legislatore ha pensato ad una legge che sposa il modus operandi della piccola impresa. Ed é una legge davvero flessibile che lascia gli imprenditori agili com’è nella loro natura. La rete non salva la piccola impresa artigiana sull’orlo del tracollo. La rete può funzionare dove attorno a un tavolo si siedono aziende magari non particolarmente forti, ma neppure totalmente deboli.

Quindi come si inserisce la rete nel rapporto impresa-banca?
Personalmente sarei per una formazione dei funzionari di banca, del management della banca affinché acquisiscano una sensibilità alla piccola impresa. Una sensibilità che permetta loro di discernere l’imprenditore forte dall’imprenditore debole, perché santificare tutti gli imprenditori non sarebbe corretto. Ad oggi manca questa sensibilità perché la maggioranza del management delle grandi banche italiane si è formato sullo standard delle grandi banche anglosassoni. Su un capitalismo completamente diverso dal nostro: ecco, se pensiamo di leggere la realtà di un impresa italiana con gli standard di un capitalismo d’oltreoceano, rischiamo di non capirla fino in fondo.

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