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Home Marco Vallino, l’artigiano delle “facce di bronzo”

Marco Vallino, l’artigiano delle “facce di bronzo”

“Soltanto in Italia si è verificata la convivenza armonica della pienezza dell’arte, pensiamo ad esempio al caso di Michelangelo, con la pienezza della vita, cioè con il suo contrario: perché l’arte è una cosa, la vita un’altra”. Così scriveva Giorgio Bassani del Belpaese, dei suoi monumenti e delle sue piazze. Un museo diffuso che, oltre ad affascinare milioni di turisti ogni anno, dà lavoro a centinaia di restauratori, conservatori, storici dell’arte e artigiani.

In provincia di Varese uno di questi è Marco Vallino; maestro artigiano ed esperto restauratore di statue in bronzo, la lega che ha “istruito” gli italiani sulla nostra storia recente. In bronzo sono infatti i monumenti ai caduti della Grande Guerra, in bronzo quelli dedicati alla memoria del Risorgimento, in bronzo le statue commemorative a chi sacrificò la vita per la libertà.

Signor Vallino, potremmo dire che di mestiere lei ravviva la memoria dei varesotti. Quando è nata la sua attività?

«Mio padre, Eugenio Vallino, era uno scultore e lavorava nel settore della fonderia artistica. Negli anni ’60 durante uno dei suoi viaggi come rappresentante, arrivò in questa zona, trovando un mercato fiorente per avviare un’attività in proprio. È così che nel 1965, dopo essersi sposato, si trasferì definitivamente a Vedano Olona. Qui nasce la Vallino Snc, una fonderia artistica in cui si disegnavano e producevano modelli cimiteriali e statue per arredo privato».

Modelli cimiteriali?

«Esatto. Disegnavamo e realizzavamo, grazie alla nostra fonderia, modelli in bronzo per i clienti che richiedevano una statua per i propri cari. A volte, se qualcuno lo chiedeva, anche in marmo».

Un lavoro molto particolare…

«Le potrà sembrare strano, ma attorno a questo, come a tanti altri lavori, ruotava tutto un mondo. Per soddisfare le esigenze dei clienti, dal più umile al più facoltoso, ci appoggiavamo a svariate fonderie, ai battilastra, ai tornitori, ai vetrai, a piccole aziende metalmeccaniche e ai produttori chimici. C’era una rete molto vasta attorno al nostro settore».

C’era?

«Il mercato è cambiato tantissimo. Nel settore della statuaria funeraria ad esempio, la gente non richiede più i bronzi. Non ha tempo per la manutenzione e i costi della materia prima, il rame, sono lievitati parecchio».

Quando è che la Vallino si specializza nel restauro di monumenti?

«Quando ho iniziato il mio apprendistato in azienda, era il 1988, mio padre non mi ha trattato con i guanti. La prima cosa che mi ha messo in mano è stata una scopa. Poi, pian pianino, ho imparato a lavorare, soprattutto grazie all’esperienza dei “vecchi del mestiere”. In quegli anni diveniva predominante, nell’attività quotidiana, il restauro di ciò che esisteva già. E la cosa non mi dispiaceva affatto».

Quindi non è stato un passaggio doloroso?

«No, per niente. Anzi è stato quasi automatico. Essendo specializzati in opere per esterni, dove le condizioni ambientali richiedono una grande conoscenza dei materiali e delle diverse situazioni geografico-chimiche, il restauro di opere monumentali esterne, è stato uno sbocco naturale della nostra attività».

In che senso geografico-chimiche?

«Ogni zona ha le sue specificità. L’aria di Milano è diversa da quella di Varese, o da quella di Luino. Mi è capitato di restaurare un monumento in cima a una collina di fianco a una strada molto trafficata. Era coperto da due dita di unto. Ecco, lì la materia si usura in modo diverso rispetto a un monumento posto di fronte al lago. Ogni monumento ha la sua specificità».

Quale è stata la sua prima commessa importante?

«Il monumento ai caduti di Solbiate Arno. Era, se non sbaglio, il 1991. Rimpiango un po’ quei momenti, quando tutto era una novità».

Quanti monumenti ha restaurato nella sua carriera?

«Ottantatré. Dal monumento ai caduti di Solbiate a quello ciclopico di Monza (foto sotto) un’opera con una base di 24 metri di larghezza e un’altezza di circa 13 metri».

Quanti dipendenti siete?

«Lavoro in proprio. Il mio è un mestiere stagionale e in inverno si ferma tutto. Poi, a seconda della commessa, assumo artigiani o assistenti restauratori che mi aiutano. Mi piacerebbe assumere una persona e insegnargli il mestiere, ma i costi oggi sono proibitivi».

Come fate a farvi conoscere?

«Mio fratello, cha ha un’azienda sua, si occupa della ricerca di appalti e da lì arriva molto del mio lavoro. Poi c’è il nostro sito internet e, ovviamente, la buona reputazione».

L’Italia è un museo a cielo aperto, in teoria non dovreste soffrire la crisi…

«Non è proprio così. Tralasciando i pagamenti della pubblica amministrazione, che da sempre richiedono tempi biblici, alle difficoltà si è aggiunto il patto di stabilità che ha bloccato buona parte dei lavori pubblici, compresi i restauri. Ma quello che penalizza di più la nostra attività è soprattutto la gestione degli appalti».

In che senso?

«Nel senso che gli appalti non sono divisi, come era un tempo, per categoria. Ma attribuiti tutti all’impresa, chiamiamola “predominante”, che vince la gara, la quale poi subappalta i vari lavori da fare. Ma c’è di più».

Cosa?

«Chi vince l’appalto, subappalta a un esperto di settore il lavoro iniziale. Dopodiché la legge consente alla ditta che ha subappaltato il lavoro all’esperto di ottenere una qualifica di settore cosicché la volta dopo, la stessa ditta può permettersi di non chiamarlo più e di fare in house il lavoro, o peggio, di pagarlo a condizioni che detta lui. Prendere o lasciare».

Quindi la legge che dovrebbe aiutare le piccole imprese come la sua, ha sortito esattamente l’effetto contrario?

«Sì. Per fare una similitudine è come se un medico di base, con tutto il rispetto per i medici di base, dettasse a un primario le cure da somministrare al paziente».

Eppure, data la vostra specificità e per il fatto che viviamo in un museo a cielo aperto, dovreste lavorare molto….

«Non lo pensa solo lei. In meno di dieci anni ho ricevuto circa 300 curricula di persone che vorrebbero imparare il mestiere. Il problema è che, oltre a quelli di cui abbiamo parlato prima, molti oggi si improvvisano restauratori. Poi c’è un altro enorme problema».

Quale?

«La tassazione. Lei consideri che io ho dovuto pagare il 107 per cento di anticipo sulle imposte. Già pagare il 100 per cento su qualcosa che non si è guadagnato è un assurdità, ma addirittura pagare il 107, è una vera follia».

Nonostante la crisi, tirate avanti. Cosa ha in programma per il futuro?

«Io non faccio solo fonderia, restauro o pulizia dei monumenti. Mi tengo aggiornato sulle nuove tecnologie e sto valutando di differenziare la mia attività principale, guardando al futuro ma tenendo sempre in mente ciò che abbiamo imparato dal passato».

Mi racconta un aneddoto legato al restauro di un monumento?

«Qualche tempo fa ho restaurato il monumento del garibaldino in piazza del Podestà a Varese. Mentre lavoravo ho trovato una fedina d’oro, incastrata in una piega della statua. L’ho messa in tasca e ho continuato a lavorare. Qualche giorno dopo ho notato che un signore anziano si aggirava attorno al monumento agitato, quasi ansioso. Gli ho domandato se stesse bene. Era molto imbarazzato e mi ha chiesto se, lavorando, avessi trovato una fedina. Mi spiegò che più di 60 anni fa, proprio sotto il garibaldino chiese alla sua fidanzata di sposarlo, e lei gli rispose che se la fedina fosse rimasta sul monumento, lei l’avrebbe sposato. Il resto è intuibile. La moglie era morta da poco e lui era tornato a vedere quel posto dove l’amore e la fortuna li aveva uniti per sei decadi. Restituii ovviamente l’anellino, e non rividi più quel vecchietto, ma mi piace pensare a quella piccola ma grande storia d’amore.

Ora avrei io una domanda per lei….»

Prego….

«Sa perché è importante conservare questi monumenti, che spesso ricordano battaglie, martiri e vittime di guerra?»

In realtà non me lo sono mai chiesto.

«Perché non si debbano più fare».

Vallino Restauri
Via Genova, 11
21040 Vedano Olona (VA)
Telefono e fax: 0039 – 0332 / 400.438
email: info@vallinorestauri.com

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