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Franco Vanoli e l’arte della riparazione

VANOLI_3Si dice che la moda sia ciclica: i rombi e i disegni geometrici che andavano negli anni Settanta oggi popolano il mondo del fashion. Lo stesso accade con i beni di uso comune, compresi i piccoli elettrodomestici: si ripara piuttosto che buttare; si ricicla per evitare sprechi e costi. Franco Vanoli ha notato la tendenza quattro anni fa, ma ripara ferri da stiro a vapore e macchine del caffè da almeno vent’anni. Il papà, Franco anche lui, era elettricista, idraulico, lattoniere: in una licenza racchiudeva il mondo degli impianti. Così nel 1933 “mise su bottega”, dove il figlio – una volta tornato da scuola – si fermava senza troppo entusiasmo.

Fare l’imprenditore non era proprio il suo sogno: perché?
Avrei voluto fare il giornalista, e tutt’ora mi piace scrivere e raccontare. Ricordo che ai tempi del “Lorenzo Cobianchi”, l’Istituto di Intra dove mi diplomai Perito Elettrotecnico, fondai insieme ad alcuni amici, nel 1959-60, un giornalino scolastico subito copiato da altre scuole: “Il Regolo”.

Però il padre l’ha voluta in bottega: racconti.
E’ vero, quel lavoro non mi entusiasmava però mi è sempre piaciuto lavorare e così eccomi a fare l’elettricista. Specializzato però in riparazioni e pronto intervento: l’impiantistica era impegnativa e la concorrenza si stava incrementando.

E l’impresa di papà divenne anche una sua missione?
Lo è ancora oggi: mio padre morì nel 1966, e io presi in mano le redine dell’azienda. I suoi valori erano incrollabili: conservo gelosamente alcune fatture degli anni Trenta con marca da bollo dell’epoca e la descrizione dei lavori svolti. Prima di tutto, per mio padre, c’era il “paga le tasse” e lavora correttamente. Poi nel 1955 divenne rivenditore qualificato della Jura, una casa svizzera di punta nella produzione dei ferri da stiro a vapore e macchine per caffè, e io continuai.

Bella sfida: quando si parla di caffè non si pensa all’Italia?
Le posso assicurare che la Jura è imbattibile. Il costo potrebbe spaventare – una macchina adatta ad una famiglia va sui 790 euro – però se facciamo due conti, la convinco.

Facciamoli…
…Se tre persone bevono due caffè a testa ogni giorno, usando le cialde, in un anno sostengono un costo di circa 1.250 euro. La Jura non funziona a cialde ed è indistruttibile. Non solo il design delle macchine è carino, ma anche lo slogan: “La cultura svizzera del caffè: macinato espresso, senza capsule”.

Così affezionato alla Jura da avere, ancora oggi, tutti i pezzi di ricambio?
Sono uno dei pochi: posso rimettere in sesto ferri da stiro che hanno anche più di vent’anni. E questo vale anche per le macchine da caffè. In magazzino ho tutti i singoli pezzi originali: il mio valore è anche questo.

Cosa le piace del suo lavoro?
Oggi come allora, provo soddisfazione a risolvere i problemi dei clienti. Ho sempre pensato che l’inventiva sia quella qualità che ti salva se vuoi veramente fare qualcosa nella vita. Negli anni Sessanta, c’era una diversa cultura dell’artigianato: era la piccola impresa a tenere in piedi l’Italia, e gli artigiani erano rispettati. Oggi, invece, sembra che si faccia di tutto per metterli in difficoltà: manca un’apertura mentale sull’impresa.

Però alcuni giovani stanno tornando alla manualità, non crede?
Lo noto con piacere, anche se a molti manca l’entusiasmo. Non è con le scorciatoie che si fa un buon lavoro: è questo che mi ha insegnato mio padre. Ed è questo che dico ai giovani quando vengono nel mio negozio: “Guarda che si può fare diversamente e meglio!”.

Lei dice, “il gusto del lavoro in proprio”: è questo che non c’è più?
Fare l’artigiano è faticoso: io alle sette sono già in negozio, poi ci sono le chiamate dai privati, ancora oggi acquisisco clienti nuovi in tutta la provincia di Varese, cerco di essere sempre adeguato a ciò che mi chiedono.

Adeguarsi non è una qualità del piccolo imprenditore?
Lo è, perché seguire il trend di lavoro in un particolare momento economico è fondamentale per restare in piedi. Però bisogna distinguersi, magari dando al cliente consigli che non si aspetta, un po’ in più in là delle su attese.

Ma ad un giovane, consiglierebbe o no di fare l’artigiano?
Certo, ma non in Italia. Vada in Inghilterra o in Australia: qui c’è sempre meno rispetto per i Piccoli.

Il piacere di raccontare non lo ha mi abbandonato: è per questo che continua a viaggiare?
Ho coltivato la passione con il CAI (mi sono associato 53 anni fa) e i Lions: sono iscritto da 14 anni e mi hanno premiato con il “Melvin Jones Fellow” per il mio impegno in Nepal. Ogni anno raccolgo 1.200 paia di occhiali dismessi per donarli alla Clinica degli occhi a Kathmandu, uno fra gli ospedali più importanti al mondo per il trapianto delle cornee. Poi ho ideato il Percorso Circolare Rioneide qui a Gavirate: i turisti si fermano per un’intera settimana, e ogni giorno raggiungono una montagna diversa del nostro territorio. Però poi torno sempre qui, nel mio negozio: la mia vera missione è questa.

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