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Benefit Corporation: l’Italia insegue l’America

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“L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.”

Recita così l’articolo 41 della nostra Costituzione: dal 23 dicembre 2015, giorno dell’approvazione della Legge di Stabilità alla camera, c’è certamente un motivo in più per evidenziare, ancora una volta, la straordinaria lungimiranza dei nostri padri costituenti.

All’interno di questa legge è stato infatti inserita una disciplina specifica per le “società benefit”, ovvero quelle imprese che, insieme al tradizionale obiettivo di profitto, affiancano anche la produzione di valore sociale o ambientale. Questo obiettivo, viene inserito nello statuto delle società che si dotano di particolari relazioni annuali e di specifiche forme di governance affinché sia monitorato costantemente e rivesta nella gestione la stessa importanza dei tradizionali obiettivi aziendali.

Questa importante evoluzione normativa, che riprende integralmente il mio disegno di legge dell’aprile 2015, rappresenta a mio avviso uno strumento unico che permette di instradare lo sviluppo economico lungo direttrici di sostenibilità economica e ambientale. Un percorso che ha portato l’Italia ad essere il primo Paese, al di fuori degli Stati Uniti, a dotarsi di una legge che disciplina le società “benefit”.

In questo primo momento non è stato previsto né un ruolo invasivo dello Stato né tantomeno dei vantaggi di tipo economico o fiscale per le imprese, perché il passaggio a un modello di benefit corporation deve essere una scelta consapevole e non una classica corsa all’agevolazione. Con questa legge si è voluto creare uno spazio apposito per quelle aziende che operano anche per le comunità e il territorio, dando loro un campo da gioco nel quale muoversi. La parola passa agli imprenditori. A quelli che da decenni, volontariamente, hanno investito nella responsabilità sociale d’impresa e a quelli che hanno sempre visto come strettamente incorporato nel proprio core business sia il profitto, che un chiaro obiettivo comune con cui hanno caratterizzato la propria vision aziendale e a cui ora possono dare una forma esplicita e maggiormente visibile.
Tutto questo patrimonio spesso individuale e poco conosciuto, questo capitale sociale investito in azienda, trova ora un riconoscimento e uno spazio nuovo di diffusione e intrapresa.

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