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Brexit: le piccole imprese votano “remain”

galli_0023“I media lo hanno detto più volte in queste ultime settimane parlando di Brexit: l’Italia sarà la nazione che rischierà meno dall’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, ma non è così. L’uscita del Regno Unito sarà uno sgambetto all’economia mondiale”, incalza da subito Davide Galli, Presidente di Confartigianato Imprese Varese.
Giovedì 23 giugno, il Regno Unito voterà se restare o andarsene dalla Ue, “e comunque vada il voto si trascina l’ombra di un fallimento – prosegue il numero uno dell’Associazione di Viale Milano – perché il rischio emulazione (la richiesta da parte di altri Stati di rivedere le loro condizioni di appartenenza alla UE) è dietro l’angolo. La Brexit è un fenomeno a livello globale, il rallentamento del quadro economico mondiale è già sulla carta, l’Italia – già troppo debole per le sue mancanze strutturali e gli scossoni della politica – si troverà a dover affrontare una situazione di instabilità e incertezza. Un andamento traballante che già in questi ultimi tempi ha messo qualche carica esplosiva alla ripresina che, faticosamente, stava infondendo fiducia a imprese e cittadini”.

Le imprese italiane risentirebbero della scelta senza mezzi termini. Quelle, per esempio, che di fronte all’uscita del Regno Unito dalla UE dovranno creare filiali di diritto britannico per poter continuare a lavorare in quel Paese. Quelle che, secondo lo studio di Confartigianato (l’analisi è stata svolta sulle esportazioni manifatturiere nei settori a più alta concentrazione di micro e piccole imprese), dall’aprile 2015 al marzo 2016, hanno esportato 7.538 milioni di euro verso la Gran Bretagna (il 33,4% dell’export complessivo verso il Paese) con un’incidenza sul valore aggiunto italiano dello 0,52%.

La Lombardia, con i suoi 1.543 milioni di euro di export, genera un valore aggiunto dello 0,47%. Il valore delle vendite delle micro e piccole imprese di Varese sul mercato britannico, tra il II trimestre 2015 e il I trimestre 2016, è stato invece di 112 milioni per un valore aggiunto dello 0,50%. La regione con la maggiore esposizione nei settori delle medie e piccole imprese sul mercato del Regno Unito – valutata come incidenza percentuale delle esportazioni manifatturiere dei settori a più alta concentrazione di MPI sul valore aggiunto del territorio – è il Friuli-Venezia Giulia con l’1,22% seguito dal Veneto con l’1,12%, dalla Toscana con lo 0,96% e dall’Emilia Romagna con lo 0,94%.

Le prime cinque province per esposizione sono Belluno con l’export di MPI sul valore aggiunto regionale apri al 3,93% seguita da Pordenone con il 2,64%, Gorizia con il 2,58%, Reggio Emilia con il 2,41% e Piacenza con il 2,53%. I settori interessati sono quelli dell’alimentazione, tessile, abbigliamento in pelle e pelliccia, legno e sughero (esclusi i mobili), stampa e riproduzione di supporti registrati metallo (esclusi macchinari e attrezzature), mobili.

L’uscita dalla Unione Europea del Regno Unito, insomma, non sarebbe un buon affare per nessuno perché oggi l’Unione europea a 28 vale il 22,3% del PIL mondiale ed è la seconda potenza economica mondiale dopo gli Usa (25,1%) e davanti alla Cina (15,4%) e al Giappone (6,0%). Con la vittoria dei “leave” l’uscita del Regno Unito farebbe scendere la quota dell’Ue al 18,5% del PIL mondiale e – considerando le più recenti previsioni di aprile del Fondo Monetario Internazionale – la combinazione tra Brexit e il tasso di crescita porterebbe nel 2020 l’Unione “a 28 meno 1” ad essere sorpassata dalla Cina.

“Con la Brexit – conclude il Presidente Galli – si sposterebbe anche il baricentro del Made in Italy fatto di affidabilità, contenuto tecnologico, design, personalizzazione, funzionalità. Attualmente le esportazioni italiane sono per la maggioranza (54,7%) destinate nei 28 Paesi dell’Ue; con la vittoria dei “leave” diverrebbe maggioritaria la quota di Made in Italy destinata ai Paesi extra Ue: all’attuale 45,3% si sommerebbe il 5,5% del Regno Unito per arrivare al 50,8%. E’ dunque chiaro che un’eventuale Brexit porterebbe ad un periodo di incertezza politica ed economica anche agli altri Stati europei. Prepariamoci comunque ad un cambiamento epocale perché sia che il Regno Unito esca o rimanga, si è ormai messo in dubbio il peso e l’efficacia dell’impianto europeo: è questo il primo, vero pericolo da scongiurare e respingere”.

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