Cerca:
Home «Imprese, puntate sui video. Ma non scimmiottate i big»

«Imprese, puntate sui video. Ma non scimmiottate i big»

Giovanni-FortunatoEssere o non essere sui social? A questa domanda abbiamo già dato una risposta affidandoci all’esperienza di Massimo Carraro, il fondatore dell’agenzia Monkey Business e della rete Cowo che, sull’ultimo numero del bimestrale “Imprese e territorio”, ha gettato il cuore oltre l’ostacolo dei pregiudizi: «Non esserci significa perdere clienti. Perché i clienti, sui social, ci sono eccome» (leggi l’intervista).

Dunque, social sì. Ma come? Per sfondare la barriera dell’indifferenza e raggiungere il cliente giusto al momento giusto, c’è uno strumento che più di altri soddisfa le attese dei social-addicted: il video.

«Perché? Perché il video aumenta visibilità e posizionamento» conferma Giovanni Fortunato, videomaker varesino che, tra i clienti, annovera anche un gigante dell’online come Airbnb.

«In un’epoca fortemente condizionata da Internet, il tempo trascorso sui social è in continuo aumento ed è un’opportunità da non trascurare». Tra l’altro intercettare clienti su Facebook o Instagram, oltre a essere assai meno costoso rispetto alle più tradizionali campagne pubblicitarie televisive, è anche relativamente più facile grazie ai molti strumenti studiati per targettizzare l’utenza.

Il video, in questo quadro virtuale, è la carta che può fare la differenza su un tavolo da gioco affollato e ridondante: «Su Facebook conquista in automatico un posizionamento migliore rispetto ai post tradizionali e questo perché Facebook per primo ha deciso di puntare sui video». Il solo traffico organico potrebbe tuttavia non bastare, ma un investimento poco oneroso in pubblicità apre un ventaglio di opportunità notevoli, e sempre più spesso migliori rispetto alla scelta delle tivù generaliste.

C’è poi un’altra variabile da non sottovalutare. «I video più efficaci non per forza sono anche quelli più costosi: a premiare sono in primo luogo i contenuti – prosegue Giovanni Fortunato – A volte bastano un cellulare e un contesto efficace per trasformare pochi minuti di girato in un fenomeno virale». Lo sguardo, inoltre, cade prima sul video che sulla parola. La sfida, casomai, è fare in modo che ci rimanga.

Ed è per questo che è bene farsi trovare preparati. Per fare video non occorrono allestimenti degni di Cinecittà o apparecchiature da migliaia di euro, ma buone idee, coraggio e propensione alla sperimentazione. Come confermano i consigli che il videomaker riserva alle nostre imprese.

  1. DIETRO LE QUINTE: METTERCI LA FACCIA FUNZIONA
    Giovanni Rana l’ha capito prima di tutti e, dopo di lui, in tanti hanno scelto di mettere la propria faccia a garanzia del prodotto venduto e della qualità dell’azienda. «Il cosiddetto “dietro le quinte” funziona, piace e dà sicurezza – rivela Fortunato – Pensiamo al settore food: vedere chi produce ciò che mangeremo rassicura e rende più immediato l’acquisto». Quindi mettete da parte ogni timore, mostrate la quotidianità della vostra impresa, i piccoli successi, i passi avanti e l’autenticità delle persone che ci lavorano.
  2. LA LEGGE DEI SETTE SECONDI
    Una volta scelto il tema, la domanda che segue è: quanto deve durare un video? «Internet è veloce e i video devono esserlo altrettanto – spiega il videomaker – Condensare tutto in un massimo di tre/quattro minuti è fondamentale, per questo che consiglio di preparare uno scritto prima di girare, così da focalizzare al meglio i messaggi da trasmettere e la loro efficacia». Attenzione poi all’implacabile “legge dei sette secondi”: i primi due/tre secondi di un video vengono visti da tutti. Arrivare a sette, invece, è più arduo di quel che si immagini. Superata la muraglia, però, la possibilità che venga visto fino alla fine diventa elevatissima. «Molti studi realizzati analizzando gli insight confermano questa regola, riconducibile al funzionamento stesso del nostro cervello: quindi, è determinante che il gancio iniziale di un video sia forte abbastanza da mantenere alta l’attenzione».
  1. ORIZZONTALE O VERTICALE?
    Come effettuare le inquadrature? In orizzontale o in verticale? Anche qui, ogni social ha la sua regola. Per Snapchat e Instagram stories le riprese devono essere verticali mentre Facebook e Youtube prediligono l’inquadratura orizzontale. «Non dimentichiamo poi la regola dei terzi – consiglia Fortunato – che consiste nel dividere lo schermo in tre parti, in orizzontale e in verticale: per questioni di fisica, e per il funzionamento stesso dei nostri occhi, lo sguardo tende a cadere perlopiù sulla destra o sulla sinistra dello schermo anziché nella parte centrale». Dunque, quel che di più importante dovete mostrare è bene che non sia posizionato al centro dell’inquadratura.
  1. MA QUANTO MI COSTI?
    Per cominciare, e magari fare qualche prova, non è necessario acquistare attrezzature milionarie: uno smartphone di buona qualità può essere sufficiente. «L’importante però è che l’immagine sia stabile e, con uno smartphone, non sempre è possibile». Sul mercato è però facile trovare apparecchi relativamente poco costosi (200-300 euro) che possono soccorrere la mano tremolante. Anche una buona Reflex può essere lo strumento giusto per lo sbarco visual. «Certo affidarsi all’improvvisazione non paga, ed è per questo che rivolgersi a un professionista anche solo per formare del personale interno alla produzione di video può essere un’opzione da valutare seriamente» è il consiglio dell’esperto.
  2. MEGLIO UNICI CHE BRUTTE COPIE
    Il video è un po’ come una tendenza moda: se uno stilista decreta che l’inverno sarà dominato dal nero, ecco che da strade, uffici e locali ogni tocco di colore verrà relegato al ruolo di vecchia ciabatta. «Lo stesso capita nel nostro settore. Oggi, per esempio, sono di tendenza i video emozionali e tutti credono che solo con quelli potranno colpire pubblico e clienti. Non è così: un video emozionale può non essere adatto a tutte le aziende e, sul mercato, rischia di essere la brutta copia d’un video altrui, una scimmiottatura poco gradevole buona solo per inflazionare il mercato». Meglio sperimentare, cercare strade alternative e, all’occorrenza, lasciarsi guidare dai consigli di amici, consulenti o professionisti del settore.
  1. QUANDO LA CRITICA FA VENDERE
    Il video è in Rete, la soddisfazione è alle stelle ma poiché lo zampino del destino, e del leone da tastiera, è sempre in agguato, ecco che puntuale come le tasse arriva la critica. Che fare? «Nulla, la critica sui social non è sempre negativa e, comunque, a conti fatti aumenta i feed. Non è detto che far discutere, dividere e far parlare di sé, sia un male per il brand» conclude Giovanni Fortunato. Anzi.
TORNA SU