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Home La ricetta per il lavoro dei giovani? Portare i prof in azienda… e viceversa

La ricetta per il lavoro dei giovani? Portare i prof in azienda… e viceversa


I ragazzi ce la mettono tutta: in azienda portano entusiasmo, nuove competenze, un po’ di sano coraggio, quell’istintività che, con gli anni, lascia il posto a riflessività e competenza. Le imprese, dal canto loro, garantiscono disponibilità, danno fiducia, trasmettono saperi vecchi e nuovi, accrescono l’autonomia dei giovani, li portano a sentirsi adulti tra gli adulti. Ma davvero tutto questo basta a mettere concretamente in relazione mondo dell’economia e mondo della formazione? Come può, un docente, orientare la preparazione degli studenti affinché l’alternanza scuola lavoro non diventi uno spunto alla voce “s’ha da fare”? E come può, un imprenditore, far sapere alle istituzioni scolastiche su quali competenze, in un futuro anche prossimo, sarebbe disposto a investire, ad esempio con un’assunzione?


«La risposta è una, e si chiama condivisione» spiega Luisa Oprandi, oggi preside dell’Istituto Comprensivo Cunardo, per anni vicepreside del liceo Manzoni di Varese e, da sempre, interlocutore attivo nelle dinamiche legate alla formazione duale. «La normativa non lo ha previsto ma ritengo che, per i tutor aziendali, un percorso di conoscenza ravvicinata delle imprese potrebbe rappresentare il modo giusto per trasformare un “obbligo” di legge in una enorme opportunità collettiva».

Il prof in azienda, dunque. E, perché no?, l’azienda in classe. Perché biunivocità significa comprensione, e comprensione significa collaborazione. «L’alternanza scuola lavoro, con il tempo, viene sempre più vissuta come materia, al pari di tutte le altre – prosegue Oprandi – Ma è importante che le scuole si armonizzino con il tessuto economico che le circonda».

E c’è di più: per consolidare la relazione tra formazione e impresa, l’alternanza scuola-lavoro potrebbe essere “raddoppiata”. Come? «Al termine del periodo di formazione passato in azienda, si potrebbe pensare a un ulteriore periodo durante il quale lo studente – ormai formato – possa restituire al datore di lavoro ciò che ha imparato». In alcuni casi avviene già, magari nel periodo estivo. Perché non “istituzionalizzarlo”?

Senza dimenticare che ciò che un giovane può dare a un imprenditore non è necessariamente “profitto”, ma anche – anzi soprattutto – «innovazione».

«Innovazione in termini di saper fare, approccio alla risoluzione dei problemi, propositività». E poi, chi lo sa, da cosa potrebbe nascere cosa, perché ambiente, conoscenza reciproca e contesto possono tirar fuori anche ciò che, magari, un’aula non riesce a portare a galla: «Anni fa avevo mandato un ragazzo, con una evidente propensione più alla didattica in situazione che a quella frontale, a vivere un’esperienza di alternanza scuola-lavoro alla Finestra di Malnate. Come è finita? Non solo s’è brillantemente laureato, ma ha scelto un percorso universitario adatto a iniziare una carriera proprio lì, alla Finestra, dove qualcuno aveva trovato il modo di tirar fuori tutto ciò che, di fantastico, aveva dentro». Perché alternanza scuola-lavoro significa futuro. Quello dei giovani e quello delle imprese.

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