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Home Terremoto Usa? «Donald si fermerà. E il resto lo faranno spot e web»

Terremoto Usa? «Donald si fermerà. E il resto lo faranno spot e web»


Per sfondare nel mercato statunitense, due sono le strade da seguire: e-commerce e pubblicità. Parola di Paolo Cherubino, eccellenza internazionale nel campo medico e varesino (qui è stato primario della clinica di ortopedia dell’azienda ospedaliera di Circolo e preside della facoltà di medicina dell’Insubria) che vede gli Stati Uniti come una seconda casa.  Quando lo sentiamo è appena tornato da un viaggio di lavoro, guarda caso negli States. Tappe: New York, dove ha un appartamento, e Florida, per un congresso. La domanda viene spontanea: come ha trovato l’America dopo l’insediamento di Trump? «Bene».

Sono passate poche ore dal superbowl, la finale di campionato del football americano. E’ l’evento più seguito al mondo, con circa 110 milioni di spettatori e un giro d’affari da oltre 600 milioni di dollari. Essere inseriti negli spot pubblicitari durante l’incontro vale una fortuna: si arriva a 5 milioni di dollari per 30 secondi on air. La pubblicità televisiva, anche nell’era di Internet e dello streaming, è ancora la carta vincente per garantirsi visibilità. Ed è proprio “pubblicità” la parola che Cherubino estrae dal cappello come arma vincente per penetrare nel mercato oltre oceano. D’altronde «gli americani, su questo, sono dei bimbetti», si fanno affascinare molto facilmente. Non a caso il primo spot pubblicitario della storia, che sponsorizzava un orologio della Bulova, fu trasmesso nel 1941 proprio negli Usa. Pubblicità, ma anche e-commerce. «Ormai si compra tutto su Internet» ricorda il medico. Essere off-line equivale a non esistere.

L’America, come tradizione vuole, è la patria del liberismo. Dando retta ai proclami di Trump, però, potrebbe scivolare in derive protezionistiche. Non è un buon segnale per le nostre aziende. «Quest’uomo sta mantenendo le promesse elettorali – commenta Cherubino – ma fino a che punto è un estremista? Non penso sia talmente idiota da non sapere che certi tipi di iniziative da lui promosse non sarebbero poi state bocciate dalle corti federali americane, come sta accadendo ora. Io credo che lui l’abbia fatto, e lo stia facendo, per apparire una persona determinata agli occhi dell’opinione pubblica, non come Obama che non ha fatto un cavolo». Il concetto di base è lo stesso che si utilizza nelle trattative commerciali: sparo alto, anche cose irraggiungibili, così da arrivare durante la contrattazione a un risultato soddisfacente e a poter dire all’elettorato “almeno io c’ho provato”. In ogni caso «un giudizio ce l’avremo tra qualche mese, non dalle sparate di questi giorni».

L’operato di un capo di Stato non si può giudicare dopo due settimane di lavoro, è vero, ma resta il fatto che i presupposti economico-commerciali che Trump sta cavalcando non vanno certo a favore delle nostre imprese. Pensiamo alla parola d’ordine della campagna elettorale, sottolineata a chiare lettere anche nel discorso d’insediamento: America first – buy american, hire american (l’America prima di tutto, compra americano e assumi americani). In questo scenario è difficile restare positivi, se si pensa di commerciare con gli Usa.

Secondo Cherubino non bisogna mollare. «Se hai qualche numero, è doveroso puntare sugli Stati Uniti, perché “America first” fino a un certo punto ed entro certi limiti. Se non ci sono colpi di coda improvvisi non c’è nulla da temere. Quello che sarà il futuro commerciale, dipenderà solo dalla serietà delle aziende». Il brand “Italia” resiste ancora e gli americani ci riconoscono uno stile inimitabile. «Lo status symbol a New York è avere la Maserati 4 porte, non più la Rolls Royce. I ristoranti italiani sono il grosso boom e in televisione i programmi di food channel hanno cuochi che dicono di cucinare italiano. Anche l’oro del Rolex è stato surclassato dall’acciaio del Panerai. Nonostante tutto come italiani abbiamo il genio che ci salva».

Ultima domanda, di rito: «Se avesse potuto, avrebbe votato Trump?». La risposta non è scontata, per un uomo che si dichiara di centrodestra («più di destra che di centro»): «La mia prima scelta era Bernie Sanders. Mi piaceva moltissimo tanto che ho fatto 2 ore di fila per conoscerlo e farmi autografare il suo libro. Tra Trump e la Clinton sì, avrei votato Trump».

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