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Talenti e clienti: senza Millennials i conti (in azienda) non tornano

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La delimitazione di una generazione, tecnicamente, viene definita quando un insieme di annate sono accomunate dall’avere sperimentato l’ingresso nella vita adulta in corrispondenza di periodi che hanno rappresentato una “rottura” storica. La generazione del millennio, conosciuta come quella dei “millennials”, è definita tale perché racchiude tutti coloro che sono entrati nella vita adulta nei primi 15 anni del nuovo millennio, quindi orientativamente i nati tra gli anni Ottanta e fino alla fine dei Novanta.

Una generazione che ha condiviso le dinamiche socio-politiche caratterizzate dall’euro e dalla cittadinanza europea ma, soprattutto, che ha vissuto quel periodo a cavallo tra la nascita, la crescita e l’esplosione della tecnologia digitale, dai primi rumorosi modem per la connessione internet a 56k entrati nelle nostre case alle innovazioni che, con una velocità senza precedenti, stanno condizionando ogni aspetto della nostra vita.

La corsa ai migliori talenti
Il mondo del lavoro, come tutto il resto e anche di più, è immerso in questa rivoluzione che tutto ci indica essere appena cominciata. Una rivoluzione che si è iniziato a codificare in Germania attorno all’ambizioso titolo di Industry 4.0 e sulla quale le frange più avanzate delle nostre imprese hanno già mosso i loro primi passi. Le altre seguiranno a ruota perché la partita, soprattutto nella nostra zona, è ancora tutta da giocare.

Di fronte a questa sfida la capacità delle imprese di attrarre i migliori talenti della generazione del millennio risulterà cruciale: non solo perché si tratta della generazione che ha vissuto da sempre immersa in questo cambiamento radicale ma, soprattutto, per farsi trovare pronte ad attrarre, sia come forza lavoro che come consumatori, la generazione successiva, quella che non ha mai conosciuto un mondo senza le innovazioni digitali: la generazione delle reti.

Andiamo con ordine dando qualche numero che può aiutare a comprendere la dimensione del fenomeno in provincia di Varese. Quando parliamo di millennials, ovvero i nati tra gli anni Ottanta e la fine dei Novanta, ci stiamo occupando di 193.192 varesini che da qui a dieci anni, con il pensionamento dei baby boomers, costituiranno la quasi totalità della forza lavoro complessiva. Di questi ben 31.955 hanno meno di 20 anni e 8.054 diventeranno maggiorenni l’anno prossimo. Quest’ultimi sono nati nel 2000, l’anno in cui arrivò in Italia la tecnologia Adsl portando nelle case una connessione a 640 kb/s.

A raccontarlo sembra passato un secolo ma la quotidianità così come lo vediamo oggi è stata stravolta in appena un paio di decenni e proprio questo stravolgimento fa parte del Dna della generazione del Millennio.

Loro sono connessi, le imprese molto meno
Pensiamo ad esempio a che cosa significa oggi Facebook. Quando è arrivato in Italia nel 2008 raggiunse nel mese di gennaio 216mila utenti. Alla fine di quell’anno erano diventati 5.587.060 e oggi sono 30 milioni di persone. Solo in provincia di Varese le persone che hanno un account e si connettono almeno una volta al mese sono quasi 450mila, nella città di Varese 40mila, a Busto Arsizio 30mila e a Gallarate 25mila. Di questi esattamente la metà sono millennials, ovvero tra i 18 e i 37 anni, e con tutta probabilità ne sono stati i primi utilizzatori e quindi da considerare utenti “maturi” di questo nuovo modo di comunicare. Ora pensiamo, con le dovute proporzioni, che questo è accaduto anche per servizi come la messaggistica, la tecnologia mobile, la prenotazione di case, viaggi e alberghi, la fruizione dell’informazione, gli acquisti e, appunto, il lavoro.

Il report Istat uscito alla fine del 2016 su cittadini, imprese e Ict ha fotografato una situazione che definisce “limitate” le competenze digitali all’interno delle imprese: solo il 12,4% di quelle con almeno dieci addetti sceglie di svolgere le funzioni Ict per lo più con addetti interni mentre il 61,9% ricorre a personale esterno. Sempre dalle rilevazioni Istat nel 2016 risulta che le piccole e medie imprese acquistano soprattutto servizi di cloud computing (posta elettronica, software per ufficio, archiviazione, hosting di database dell’impresa) di livello medio mentre una grande impresa su quattro utilizza servizi cloud di alta specializzazione. Dall’altro lato, invece, gli internauti che fanno acquisti online sono passati dal 48,7 al 50,5%. Infine, tra le imprese lombarde con più di dieci addetti risulta che nel 2016 solo il 37,3% utilizza almeno un social media per la propria comunicazione. Nel 2015 erano 36,5% e nel 2014 il 30,9%.

Nuove competenze, nuove risposte al mercato
A fronte di questo un rapporto dello scorso anno del World Economic Forum ha identificato dettagliatamente quali sono e saranno i principali fattori di cambiamento dell’industria e del lavoro, e i risultati sono tutti legati alla rivoluzione digitale: l’internet mobile, la tecnologia cloud, la potenza di elaborazione delle macchine, i Big Data, l’internet delle cose, il crowdsourcing, la robotica, l’intelligenza artificiale, la stampa 3D e la biotecnologia.

Di fronte a innovazioni così radicali è evidente che la capacità delle imprese di attrarre i migliori giovani talenti sarà cruciale: le organizzazioni economiche avranno sempre più bisogno di competenze tecniche ma anche di quelle competenze in grado di adattare l’innovazione ai bisogni sociali ai quali si vuole dare risposta.

Il tempo stringe: organizziamoci subito
Conoscere, formare e attrarre lavoratori guardando tra i millennials sarà cruciale per prepararsi alla generazione successiva: la generazione delle reti che, come li definisce l’Istat, è costituita da coloro che sono nati e cresciuti nel periodo in cui le nuove tecnologie informatiche si sono già diffuse e hanno quindi percorso tutto o buona parte del loro iter formativo nell’era di internet, il che li connota per essere sempre connessi con la Rete.

In provincia di Varese sono 147.985, poco più di settemila sono ancora dei neonati in fasce ma altri ottomila si affacciano già alla maggiore età. I tempi stringono e la strada da fare è ancora molta.

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