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Mettersi in proprio: obiettivo impresa in provincia di Varese

Mettersi in proprio autoimprenditorialità

C’è voglia di impresa in provincia di Varese. E, rispetto agli anni della crisi, mettersi in proprio – oggi – fa meno paura rispetto al recente passato. Lo dicono i numeri: stando ai dati del Registro Imprese, l’Ufficio Studi della Camera di Commercio di Varese ha registrato nel 2016 la nascita di 4.173 nuove realtà imprenditoriali che, a fronte di 3.800 cessazioni, attesta a quota 373 il saldo positivo del numero di aziende attive.

Una voglia di auto-imprenditorialità spinta non solo dalla crisi – e dal “passaggio” dal lavoro dipendente a quello autonomo di figure professionali anche molto qualificate – ma anche da una storica propensione al “rischio” e all’innovazione della provincia di Varese.

In quest’ultimo caso, e in presenza di un elevato tasso di tecnologia nella produzione, la nuova impresa prende il nome di start-up innovativa, entra nell’apposita sezione speciale del registro imprese e finisce in quel gran calderone di cifre che ogni anno costellano le statistiche nazionali. L’ultima, aggiornata al 15 maggio, evidenzia che in Italia le start-up innovative sono complessivamente 7.134 e, 1.621, hanno sede in Lombardia.

Ma, se mettersi in proprio è una tentazione per molti, creare un’azienda con basi solide, prospettive chiare e un business plan efficace non è per tutti. «Lo dico da imprenditore: l’impresa è come una casa, quanto più bravi si è a posare le fondamenta, tante più chance si avranno di costruire un edificio stabile, in grado di crescere e di reggere ai cambiamenti del mercato» spiega Davide Galli, presidente di Confartigianato Varese.

UNA BASE SOLIDA PER LE STARTUP
Per restare in metafora, prima di tirare su i muri, è opportuno accertarsi che il terreno sia solido, che non ci siano infiltrazioni, che il materiale scelto sia adeguato e così via. «Lo stesso vale per le start up – conferma Mauro Colombo, direttore di Confartigianato Varese – Ed è per questo che, a un anno dal lancio di AreaLavoro, il servizio nato per affiancare le aziende in tutto ciò che ruota attorno alla “buona occupazione”, oggi lanciamo AreaImpresa».

Una sorta di “personal trainer”, in grado di verificare che – per quel che riguarda le nuove aziende – si propone in primo luogo di verificare, gratuitamente, che le fondamenta abbiano la giusta solidità: Quali sono gli obiettivi a medio-lungo termine? Quali competenze sono necessarie per raggiungere questi obiettivi? Quali sono le basi economiche dalle quali partire? A quali mercati e/o clienti ci si rivolge? Esiste un business plan? È sufficientemente solido? «Domande che aiutano a capire quali bisogni possa avere la nuova impresa e che, al contempo, accrescono la consapevolezza del neo imprenditore» spiega Vincenzo Smurra, responsabile di AreaImpresa.

PIANO ECONOMICO E BUROCRAZIA
I passaggi successivi sono quindi l’eventuale messa a punto del piano economico-finanziario, il disbrigo della burocrazia (che, in Italia, nasconde sempre qualche zona grigia difficile da interpretare o sulla quale non è raro scivolare), l’avvio della formazione imprenditoriale e per l’acquisizione di tutte le skills necessarie in ambito marketing e digitale (personal branding, utilizzo dei social a supporto dell’attività commerciale e dell’acquisizione di clienti e così via).

ACCESSO AL CREDITO
«C’è poi il capitolo del credito, al quale l’accesso non è sempre immediato o scontato». Le cifre non mentono: il Centro Studi di Confartigianato, analizzando i dati Banca d’Italia, ha rilevato che – al febbraio di quest’anno – mentre i prestiti alle imprese medio-grandi (sopra i 250 dipendenti) risultavano in crescita dello 0,4%, non accennava ad arrestarsi la flessione sia per le imprese con meno di 20 dipendenti (-1,6%) sia per quelle sotto i 5 addetti (-0,6%). «Consulenza fiscale, supporto nell’accesso al credito e indicazione di eventuali bandi ai quali accedere sono fondamentali per partire con il piede giusto» conclude il dg Colombo.

Perché l’obiettivo non è solo nascere. È sopravvivere e crescere. Per non finire nella statistica di quel 55.2% di nuove imprese che chiude i battenti entro i primi cinque anni di vita (dato 2017).

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