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Dici smart working, leggi best work: e vince la creatività

Foto: Matteo G.P Flora

Foto: Matteo G.P Flora

In inglese la chiamano “employer branding” ed è quella attenzione al personale che diventa uno strumento per attirare alle proprie dipendenze i migliori talenti, ma che è anche una cartina di tornasole rispetto a clienti e fornitori: ne abbiamo parlato sull’ultimo numero del bimestrale Imprese e Territorio

di Paola Provenzano
Tutto è partito con un post su LinkedIn che metteva sotto accusa l’abitudine di postare sui social l’ennesimo caffè della giornata, mandato giù per resistere al sonno e poter così lavorare «dormendo solo tre ore a notte, come fanno i grandi manager». Questo post – visualizzato 250mila volte, consigliato 969 e seguito da 115 commenti – è stato solo una provocazione? Oppure si è trattato del racconto di uno stile di vita differente, che chiama in causa ritmi di lavoro meno frenetici, smart working, organizzazione flessibile e – perché no – un maggiore benessere in azienda e una maggiore creatività? Perché se è vero che le idee non dormiranno mai, il nostro cervello ha bisogno di riposo e spesso è proprio il riposo a generare le intuizioni migliori.

Tra immaginazione e realtà
A firmare il post è Emanuela Goldoni: una professionista che sulla comunicazione social ha costruito la sua carriera. A 34 anni, dopo una serie di esperienze lavorative in diverse agenzie di comunicazione, ora lavora come Brand Manager in Tk Soluzioni, azienda fortemente orientata nel campo della digital transformation a suon di sviluppo di app, realtà aumentata e business intelligence.

Simo in una di quella realtà di lavoro che l’immaginario collettivo rappresenta assolutamente performanti e che non dormono mai, con uno stile di vita che confina il riposo nella sfera delle poche ore e dove chi lascia la scrivania prima che calino le tenebre viene visto come tendenzialmente “fannullone”.

Ma le cose stanno veramente così? «Questo modello si è affermato in molti luoghi di lavoro – racconta Emanuela Goldoni – Alcuni hanno criticato il mio post, soprattutto persone giovani non ancora entrate nel mondo del lavoro o free lance». Chi invece ha apprezzato il post? «I commenti positivi sono arrivati da manager che operano nei settori delle banche, assicurazioni, agenzie di comunicazione e società di consulenza B2B».

UN TEMA SU CUI RIFLETTERE
Qui ci si addentra in un tema in realtà da sempre caldo che è quello dell’organizzazione del lavoro e della produttività, misurata dalla qualità e dal raggiungimento degli obiettivi più che non dalla quantità di ore che si trascorrono alla scrivania.

«Sono temi importanti – dice Emanuela Goldoni – perché il raggiungimento degli obiettivi comuni dovrebbe essere ciò che determina il ritmo del lavoro: il che significa che possono esserci anche giorni con poco sonno ed altri no e giorni in cui si lascia la scrivania alle sei di sera senza rimpianti».

Una migliore organizzazione aziendale implica un migliore uso del tempo ed il tempo è per tutti un valore. «Ad essere messo in discussione è anche il mito del multitasking – osserva Emanuale Goldoni – In realtà non è vero che occorre fare molte cose insieme, semplicemente occorre essere capaci di gestire i tempi di lavoro: e lo dico in prima battuta per chi lavora nel mio ambito dove non si tratta di salvare vite. Chi si comporta come se stesse lavorando sempre sull’emergenza in realtà forse ha qualche problema nell’organizzare il suo lavoro».

IL TEMPO È BENESSERE
L’idea di fondo non riguarda solo una migliore organizzazione del lavoro: smart e slow working sono strumenti per ricavare tempo per sé stessi e portano anche a un maggiore benessere nella vita del singolo spostando i tempi di lavoro in base alle esigenze personali: uscire prima dall’ufficio e rispondere poi a una mail di lavoro a tarda sera non sono comportamenti in contraddizione tra loro. «Una maggiore attenzione al benessere dei dipendenti – dice Emanuela Goldoni – accresce la reputazione di una impresa. Alcune realtà bancarie, ad esempio, valutano con attenzione questo aspetto nella scelta di un fornitore: se io so che in un’azienda si cerca di controllare lo stress e vi è attenzione al tempo e al benessere dei dipendenti, allora posso pensare che anche il lavoro sarà fatto meglio».

In inglese si parla anche di employer branding ovvero di quella attenzione al personale che diventa uno strumento per attirare alle proprie dipendenze i migliori talenti, ma che è anche una cartina di tornasole rispetto a clienti e fornitori. Insomma il post non ha voluto essere solo una provocazione, ma un modo per dire che cambiare ritmo si può e – a volte – si deve, in nome di una maggiore qualità della vita e di un ritrovato benessere che nutre anche la creatività.

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