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Non c’è solo I4.0: alle Pmi servono credito, giustizia rapida e regole chiare

tradate - faberlab d factor - Il tempo (poco, a dirla tutta) per intervenire c’è, e ci sono pure le condizioni. Basta per esempio guardarsi attorno per capire che ci sono mestieri e aziende “tradizionali” tra quelli che hanno retto all’onda lunga della crisi. O, addirittura, che nella crisi hanno trovato la linfa grazie alla quale rigenerarsi.

Mestieri talvolta sottovalutati, trascurati, o di recente passati in eredità. E quindi cambiati: «Vedo ragazzi che si riappropriano della terra e di borghi abbandonati seppure con uno spirito e con modalità diverse rispetto a chi li ha preceduti, utilizzando i social, innovando e sfruttando capacità e fantasia. Una combinazione fra passato e presente grazie alla quale riescono ad avere successo» analizza Galli.

PAROLE D’ORDINE E REALTA’
Traduzione: in un momento in cui le parole d’ordine sembrerebbero tutte unilateralmente improntate alle logiche di Industria 4.0, la tradizione – riveduta e corretta – ha ancora qualcosa da dire: «Alla bulimia da innovazione rispondo che sì, è importante, ma non è necessario innovare per forza un prodotto: è possibile tornare alla tradizione, o attenersi a storia e conoscenze antiche, utilizzando strumenti e tecniche nuovi per veicolarle nel mondo».
Innovazione di prodotto, dunque, ma anche di processo, tipico ad esempio delle produzioni di scarpe o cravatte, ma anche di occhiali, «con Nau che ha dimostrato sia possibile crescere, e differenziarsi, in un mercato apparentemente saturo e, il più delle volte, molto costoso».
E ancora: «Ricordo sempre una persona che produceva tavoli particolari, realizzati in cemento eppure leggerissimi. Tavoli la cui particolarità stava nelle capacità e nella manualità di quell’uomo. Ecco, quando penso alla tradizione, penso a mestieri che rischiano di andarsene con chi li pratica, spesso perché a questi mestieri non viene riconosciuto il valore, anche economico, che meriterebbero, disaffezionando i giovani».

INCUBATORI DI PROFESSIONI E DI AZIENDE
Soluzioni? Contromosse? «Difficile trovare quella perfetta. Personalmente – prosegue Galli – penso che ci vorrebbero sviluppatori, o incubatori, di professioni, ovvero strutture in grado di incanalare il business delle aziende e dei mestieri di nicchia affiancandolo a un adeguato supporto dal punto di vista normativo, commerciale, del marketing, dell’internazionalizzazione, della formazione e del credito».
«Una sorta di “Amazon” – o Aruba – delle professioni, che le raccolga e le diffonda, che ne studi il mercato e ne sviluppi i punti di forza». Anche perché il rischio, tutt’altro che remoto (come testimoniano le tendenze in atto), è che un certo tipo di mondo – fatto di piccole e piccolissime imprese – in caso contrario finisca per scomparire «per colpa, tra l’altro, della scarsità di risorse indispensabili a ripensarsi alla luce delle richieste provenienti dalla clientela».
Insomma, nel futuro c’è spazio tanto per la tradizione (riveduta e corretta) quanto per la piccola o piccolissima impresa. Ma c’è bisogno di approntare subito un sistema in grado di sostenerne gli sforzi. «Al contrario oggi il credito bancario per queste realtà è sempre più difficile e alla lunga credo che la situazione possa peggiorare».

I RITARDI SONO OPPORTUNITA’ PERSE
Senza contare che l’incertezza delle regole penalizza tutti, ma rende ai piccoli la vita più dura che ad altri: «Quello delle regole, chiare, certe, semplici, è un impegno che ci siamo presi in occasione del congresso, al quale non intendo derogare e attorno al quale ho raccolto grande consenso e responsabilità da parte degli associati» spiega Galli, che c’è una regola in particolare alla quale tiene. «Ed è la legalità, nel senso vero del termine. Voglio una giustizia giusta, rapida e chiara, la giustizia che serve alle imprese e che alle imprese risolverebbe una marea di problemi, al pari di una burocrazia snella e di una tassazione giusta. Giustizia veloce e certa significa garanzia per le imprese e garanzia nei rapporti commerciali, cosa alla quale tengono moltissimo anche gli investitori».
Non agire su questa leva, oltre che sulla leva del credito, «significa perdere enormi opportunità, senza peraltro che ce lo si possa permettere», dato che «siamo ancora in presenza di un calo del numero imprese, soprattutto piccolo e piccolissime, le quali oltre alle difficoltà di accesso al credito soffrono il carico di adempimenti e il loro relativo costo». Non meno importante è il capitolo formazione e riqualificazione, oltre che il ricambio generazionale, «altro motivo alla base delle chiusure».
È arrivato settembre, sono tornati i problemi. Ma è arrivato il momento di risolverli.

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