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Industria 4.0: come fare i conti con la “rivoluzione-non rivoluzione”

industria-170503155127«Non è una rivoluzione». Alberto Servida, docente all’Università di Genova, entra a gamba tesa al convegno “Innovazione, competitività e sostenibilità nell’era dell’Industria 4.0” organizzato da Tecniche Nuove al Centro Congressi Ville Ponti di Varese. Vuole fare ordine, nei concetti e nei paradigmi, «perché il Piano Calenda – sottolinea il professore – è adatto tanto al manifatturiero della meccanica quanto alle imprese della chimica. E porta in azienda un nuovo modo di produrre ma anche di pensare e organizzare la produzione. Prima di tutto, però, le imprese – anche quelle di piccole e medie dimensioni – devono fare una valutazione della loro fabbrica. Per sviluppare una soluzione 4.0 ci vuole un minimo di automazione industriale: se questa non c’è, non si fa niente. Poi si devono inserire in azienda nuove apparecchiature e nuovi sensori, e questi devono comunicare fra loro e il sistema informativo di fabbrica che gestisce tutto».

Lo scenario cambia: da una fabbrica analogica per produzioni di massa si è passati ad una fabbrica digitale per produzioni personalizzate. Dove flessibilità e digitalizzazione vanno di pari passo, «perché è quest’ultima a portare maggiore efficienza nella gestione della fabbrica». E’ Industria 4.0 per tutti, ma non per il professore che al termine corrente preferisce quello di “smart production”». Infatti, se le rivoluzioni che ci hanno accompagnato fino ad oggi «hanno imposto macchine o tecniche nuove mai esistite prima, qui non c’è nulla di disruptive».

«Però si tratta di una rivoluzione culturale, questo sì, che deve scatenarsi prima di tutto nella testa dell’imprenditore per aiutarlo a soluzioni utili nei processi e nei prodotti. Diminuendo i costi, efficientando l’intero processo di produzione, riducendo il time-to-market e migliorando la governabilità dell’azienda anche in termini di sostenibilità degli impianti. La tecnologia hard, quella dirompente, in tutto questo non c’è. Ricordo, poi, che la smart production non è la semplice macchina collegata ad un braccio robotico».

Una provocazione multi livello, quella del docente e presidente dell’Associazione Nazionale per l’Automazione, che conduce, in pratica, a quello che ogni impresa dovrebbe fare per vincere la sfida del cambiamento: «Digitalizzazione, condivisione dei dati in modo democratico (disponibili per tutti) e trasparente (grezzi e non filtrati), un’attenzione particolare alla cybersicurezza e alla analytics. Insomma, una gestione intelligente di tutti gli asset: dalla singola valvola fino alla macchina. Una gestione a livello superiore in modo efficiente ed efficace. Perché la fabbrica intelligente resta sul mercato; le altre ne sono tagliate fuori». E poi ci sono le competenze».

Su quest’ultima, Servida snocciola un dato: «Secondo un’indagine della Fondazione Nord-Est su 619 imprese del Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige, il 100% degli intervistati sostiene l’importanza della riqualificazione degli operatori. Solo il 15%, però, ha già investito in Industria 4.0».

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