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Home Via i falsi miti: Industria 4.0 è per i piccoli. E può essere (anche) low cost

Via i falsi miti: Industria 4.0 è per i piccoli. E può essere (anche) low cost

gallarate - seminario 4.0 -

C’è un punto su cui gli imprenditori, piccoli, grandi – digitalizzati o e non digitalizzati – sono d’accordo: se di Industria 4.0 s’ha da parlare, perlomeno si abbia il coraggio di farlo con chiarezza, semplicità e concretezza. Poca filosofia, chi deve fare i conti con acquisti, prospettive aziendali, programmazione a breve e medio termine, ha bisogno d’avere il quadro di ciò che Industria 4.0 è davvero. Di ciò che, con Industria 4.0 è possibile fare oggi e di ciò che, in prospettiva, sarà necessario pianificare sin d’ora.

Possibilmente mettendo in conto d’avere risposte vere, con parole chiare.

INVESTIRE SUL VIVAIO E SUL PRODOTTO
Dice un imprenditore: «Su Industria 4.0 c’è informazione. Quello che manca è la formazione». “Risposte vere, parole chiare – Tecnologie, conformità, prospettive”, il seminario tecnico-pratico organizzato da Faberlab martedì 14 novembre è stato prima di tutto questo: un modo per raccontare dove siamo arrivati oggi in Italia, dove sono arrivate le imprese che hanno già iniziato a giocare la partita dell’innovazione e dove è possibile arrivare con il supporto di incentivi e finanziamenti statali, ma anche affiancati da partner affidabili.

Perché innovazione è una parola che porta dritta a un bivio: «In genere si dice che quando l’innovazione viene applicata alla fabbrica, l’obiettivo è la riduzione dei costi mentre quando viene declinata sul prodotto, si arriva all’aumento di ricavi: vero? – si domanda Roberto Filippelli, head of IoT strategy Microsoft Italia – Può anche darsi che l’aumento dei ricavi sia scollegato dalla diminuzione dei costi perché, puntando sull’eccellenza, i costi potrebbero rimanere alti».

Dipende tutto da ciò che si vuol fare e da dove si vuole arrivare: «Parliamo di IoT. Cinque anni fa, facevamo tutti slide e conferenze. Oggi si affittano scrivanie perché abbiamo iniziato a capire che è necessario lavorare in un’ottica di ecosistema». E, soprattutto, che l’innovazione nell’anno 2017 è soprattutto una cosa: fare tutti quello che, ad esempio, «tre anni fa poteva fare solo la Boing».

Tradotto: «Non è vero che l’innovazione si debba fare per forza su oggetti nuovi. Talvolta, i soldi che si risparmiano sull’acquisto di apparecchi ritenuti indispensabili per fare innovazione, è bene che vengano investiti per comprendere come fare innovazione di prodotto, anche (o forse soprattutto) nelle piccole e medie imprese». Con il contributo dei “vivai”. Perché se l’Italia fra qualche mese non sarà sotto i riflettori di Mosca 2018 un motivo c’è: il calcio italiano non ha investito sulle “giovanili”, sul nuovo che deve avanzare. Le aziende non commettano gli stessi errori: innovino e bravo sarà il “talent scout” –  magari un colosso come la stessa Microsoft – che saprà scovare le migliori innovazioni nel campo delle Pmi.

MIGLIORARE IL DIALOGO A COSTI ACCESSIBILI
Ed è sempre il principio del vivaio e di un ecosistema nel quale possano interagire grandi e piccoli – o competenze differenti – il filo conduttore di Alleantia che, con Pierluigi Zenevre, parte dalla “Torre di Babele” per ricordare che non può esserci ecosistema vero senza un linguaggio comune e codificato. Vale a dire, senza connessioni adeguate. «La nostra idea di business nasce dall’obiettivo di semplificare ciò che già c’è nelle officine – spiega Zenevre – Non diciamo “dovete cambiare per innovare”, prendiamo piuttosto quello c’è già e lo mettiamo nelle condizioni di migliorare la capacità produttiva».

Digitalizzare i processi, insomma, senza caricare le imprese di nuovi costi.

SCETTICISMO E BUONI ESEMPI
Conferma Maruska Sabato, project manager di Mecspe che, attraverso il proprio osservatorio, ha raccolto dati sui quali riflettere subito. Uno su tutti: oltre il 70% del campione di imprese interessato non è disposto a effettuare investimenti sulla fabbrica intelligente. A seguire, un altro dato: a rallentare oggi la digitalizzazione aziendale è l’arretratezza delle imprese con cui, chi vorrebbe innovare, collabora ogni giorno. Seguono l’incerto rapporto tra investimenti e benefici, la mancanza di una infrastruttura tecnologica adeguata di base, la carenza di competenze interne e l’eccessivo costo degli investimenti richiesti.

Il Villaggio di Confartigianato – che tornerà a Mecspe dal 22 al 24 marzo – sarà l’occasione per fare il punto anche su questo. E per osservare chi nonostante tutto, ha scelto di digitalizzarsi, partendo prima di tutto dalla robotica.

IL GRADO DI COLLABORZIONE CON I ROBOT
Un campo, questo, con il quale si misura ogni giorno Valerio D’Angelo, new business development support robotics local business unit di ABB, che disegna il quadro della situazione: «Oggi sono tre le tipologie di interazione tra uomo e macchina. Quella classica (sicurezza discreta, con il collaboratore e la macchina che non condividono mai la stessa area); la tipologia intermedia, con l’operatore che invade in modo intermittente l’area della macchina) e la tipologia ad ambiente misto, con uomo e macchina sempre nello stesso spazio». Quando e come usare le tre tipologie dipende dall’azienda? «A seconda del volume di produzione, è necessario modificare la percentuale di automazione». E cresce la collaborazione uomo-robot. È il caso di Yumi, il robot collaborativo di Abb che opera con un collaboratore senza alcuna separazione fisica. Anche al massimo della sua velocità. E la sicurezza è sempre garantita.

LA SICUREZZA DEI DATI
Certo, fare i conti con la digitalizzazione, significa fare i conti anche con i rischi connessi con la digitalizzazione: «Per questo – rimarca Alessandra Rizzardi, ricercatrice dell’Università degli Studi dell’Insubria – oggi le informazioni acquisite e condivise sotto forma di servizi devono essere sicure, ed è su questo che si sta lavorando anche a livello di ricerca universitaria».

A sostegno di industria 4.0 vanno ricordati i motivi per investire e per farlo in questo specifico periodo: il basso costo del denaro, le facilitazioni in atto per l’accesso al credito, i contributi e le agevolazioni fiscali previsti nell’ambito del Piano Nazionale Industria 4.0 varato dal Governo. «Un poker di buoni motivi – rimarca Massimo Bessega, Qui Credito – al quale va aggiunta la possibilità di cumulo».

LE OCCASIONI IN CAMPO
Industria 4.0, dunque, c’è, è applicabile e cambierà i nostri paradigmi, anche culturali. Parola di Angelo Bongio, project manager per l’area innovazione di Confartigianato Imprese Varese del progetto D-Factor, messo a punto in collaborazione con Polifactory: «Il 57% del campione di Mecspe dice che Industria 4.0 può aiutare le imprese a sviluppare il proprio prodotto e D-Factor va in questa direzione. Il progetto è pensato per le Pmi del settore manifatturiero e si riconduce al fatto che il design non richiama solo l’estetica e il bello, ma soprattutto l’usabilità dell’oggetto. Non è un’esclusiva dei divani, ma un bisogno espresso dalle macchine».

Il progetto D-Factor «partirà dall’ipotesi progettuale dell’azienda, la sgrezzerà con Politecnico e Faberlab, e insieme verrà stabilito se sia realizzabile. Poi ci si sporcherà le mani con la fase della sperimentazione e, infine, si svilupperà il progetto».

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