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Home Aree dismesse, cosa ne facciamo? Esempi (da imitare) per rilanciare economia e territori/1

Aree dismesse, cosa ne facciamo? Esempi (da imitare) per rilanciare economia e territori/1

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Scheletri abbandonati, gusci vuoti mangiati dal tempo. Secondo un censimento del 2017, le aree dismesse (industriali e non) in provincia di Varese sono 268, per un totale di quasi 400 ettari. I dati si inseriscono nel Progetto Suoli promosso da Regione Lombardia all’interno del Tavolo per la Rigenerazione. Si tratta di una co-pianificazione fra Regione e province, finalizzata alla costruzione di una banca dati dei siti abbandonati.

I dati finora raccolti, va specificato, sono ufficiosi, perché devono ancora essere validati dai vari Comuni. Evidenziano comunque un dato chiaro: più dello 0,3% dell’area provinciale è occupato da edifici in rovina. Non ci si può girare dall’altra parte e far finta che non esistano. Le domande sono sempre le stesse: come trovare i fondi per risanarli? Come ideare progetti vincenti per dar loro nuova vita? E, soprattutto, come trasformarli in una risorsa per l’imprenditorialità e il territorio?

Per scoprirlo e offrire spunti di riflessione concreti a tutti gli attori in campo, Confartigianato Imprese Varese ha viaggiato per il nord Italia, alla ricerca dei migliori esempi di riqualificazione virtuosa. Ne è nata un’inchiesta, della quale questo servizio è solo il primo capitolo. L’obiettivo è quello di aprire un tavolo di confronto a livello comunale, sovracomunale e regionale per trovare la via più adatta al risanamento di quei 400 ettari di terra che sono ancora ostaggio di ruggine e cemento.

Si è capito che una ricetta unica non c’è, perché ogni territorio e ogni sito abbandonato hanno la propria storia e le proprie peculiarità. Ma tutti (associazioni, privati, pubbliche amministrazioni) possono diventare i soggetti propulsori di questa rinascita. Ed è proprio in base a questi protagonisti, che si possono stilare dei modelli da imitare. Ci può essere il modello dell’associazione culturale, che promuove la riqualificazione per attirare investimenti privati e stimolare la pubblica amministrazione. C’è il modello del grande player privato, che in alcuni casi è l’unico ad avere i fondi per operazioni di questo calibro e il coraggio per metterle in atto. C’è infine il modello della pubblica amministrazione, che sfrutta i bandi e le risorse pubbliche per un bene comune.

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Hanno tutti un minimo comun denominatore: agiscono con lungimiranza per il territorio, studiandone punti di forza e debolezza e incentivando l’interazione tra imprese, cittadini e pubbliche amministrazioni. Perché è solo con le sinergie fra tutti gli attori in campo, che un progetto ha i presupposti per nascere e diventare un modello vincente.

1 – ASSOCIAZIONI
Siamo stati a Milano e in Provincia di Parma per dimostrare anche delle associazioni culturali, con pochi soldi ma tanta voglia di impegnarsi in prima persona, possono diventare protagoniste nell’opera di recupero di aree dimenticate e in declino.

Caso esemplare, in questo senso, è quello della riqualificazione dell’ex fornace Marchino di Ghiare di Berceto (Pr).

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Siamo in una piccola frazione (Ghiare, circa 240 anime) di un piccolo Comune (Berceto, 6 mila residenti), nata a inizio ‘900 attorno a un enorme cementificio (20 mila metri quadri), che dava lavoro a tutti. Era il cuore del paese, ma 50 anni fa ha smesso di battere e il paese ha iniziato a spopolarsi. È rimasto lì, inerme, per mezzo secolo, fino a quando il Comune ha trovato parte dei fondi per iniziare un’opera di riqualificazione. I soldi sono finiti (1 milione, sui quattro necessari), ma i lavori invece no. A portarli avanti ci pensa un’associazione culturale, Manifattura Urbana, che promuove ormai da 5 anni un workshop estivo con studenti universitari e professionisti del restauro.

berceto1Ogni estate riprende vita un pezzo dell’ex cementificio, che adesso è usato dai residenti per feste, mostre e concerti. Ma l’obbiettivo (dell’associazione e del Comune) è anche un altro: attirare l’attenzione di investitori privati, per riportare il lavoro all’interno della fornace. E senza sforzo di Manifattura Urbana, questo probabilmente non sarebbe possibile.

Il caso di Milano è invece borderline, ma molto utile per capire quanto possa essere importante un’associazione per dare slancio ad un’area dismessa.

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Siamo sul Naviglio Grande, a sud del capoluogo lombardo, in zona san Cristoforo. Qui fino agli anni ’70 erano attivi gli stabilimenti della società di ceramiche Richard-Ginori. Poi i cambi di proprietà, la crisi, la fine della produzione. Gli stabili sono rimasti in stato di abbandono per 20 anni. Strade vuote, vetri rotti, un buco nero in mezzo al quartiere. La riqualificazione è iniziata nel 1996 e finita nel 2008, a opera di due imprese private. Gli edifici della ex fabbrica sono ora occupati da imprese e appartamenti e la zona ha ricominciato a vivere.

ginori1Ma non basta. Ci sono stabili ancora vuoti e mancano molti servizi. Ed è qui che entra in gioco Around Richard, associazione culturale nata nel gennaio 2018 e formata da imprese e cittadini con due obiettivi: battersi per migliorare le condizioni del quartiere e creare progettualità. Per attirare ulteriori investimenti (1. SEGUE).

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