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Quando far rete conviene: chi gioca in squadra fa impennare il valore dell’impresa

giorgio-alleva«Reti, per le imprese hanno un ruolo sempre più cruciale. E aumenta anche la consapevolezza della necessità di condivisione». È quanto emerge dal Rapporto Annuale 2018 dell’Istat, focalizzato sul tema delle reti a tutti i livelli (di impresa e non solo), che il presidente dell’istituto nazionale di statistica Giorgio Alleva ha presentato quest’anno all’Insubria di Varese, scelta come sede della “riunione scientifica” della Società italiana di economia demografia e statistica (Sieds). «Sulle reti d’impresa qui in Lombardia c’è tanto da dire – le parole del presidente dell’Istat – sono state oggetto di diversi approfondimenti, tra cui un interessante raffronto tra Italia e Germania sull’interconnessione tra i settori produttivi. Innanzitutto per capire al centro di questo schema connettivo chi c’è, se settori capaci di propagare spinta all’innovazione o più tradizionali».

Cosa avete scoperto?
I due sistemi non sono tanto diversi a livello di interconnessioni, la differenza è che nei rapporti di interdipendenza e negli scambi la Germania ha al centro i settori ad alta intensità di conoscenza e innovazione, l’Italia invece settori più tradizionali. Questo non per scelta, ma un po’ per struttura del nostro sistema produttivo.

Può pesare il fatto che da noi ci sia un maggior tasso di piccola impresa rispetto alla Germania?
Senz’altro il fatto di avere una composizione strutturale con più piccola impresa e meno grandi o grandissime imprese, spiega in modo importante questa differenza.

istat-2Quindi fare rete potrebbe anche essere un modo per superare questo gap. Ma ad oggi si percepisce ancora una certa difficoltà nell’aggregazione.
Invece è proprio la piccola impresa che può beneficiare della condivisione di risorse che la propria dimensione non facilita; penso alla ricerca, alle tecnologie, all’innovazione in generale. E quindi vediamo una crescita di questa consapevolezza anche da parte delle Pmi. Naturalmente quando fanno accordi con quelle più grandi, hanno un potere contrattuale diverso, quindi a volte tendono a fare rete con altre piccole imprese con beneficio in più per tutti.

Nel Rapporto avete monitorato la diffusione delle reti di imprese. Cosa è emerso?
Che le reti rappresentano una strategia sempre più importante: oltre il 50% dichiara rapporti di collaborazione formalizzata con altre imprese. Un dato in crescita. Nel 2017 si registra un più 9% rispetto al 2013 e un più 1,6% rispetto al 2015.

Di che genere di “rapporti stabili” si tratta?
Abbiamo valutato dai puri accordi commerciali agli accordi verticali cliente-fornitore fino alle reti più complesse, accordi orizzontali non limitati alle relazioni d’affari, in cui c’è condivisione di risorse tecnologiche, ricerca, competenze, a fronte di progetti e strategie comuni. Quest’ultimo aspetto riguarda oltre il 30% delle imprese, soprattutto al Nord. E c’è una crescente quota di imprese che persegue questi accordi di tipo complesso, dunque una strategia di rete complessa. E abbiamo anche fatto un raffronto tra imprese che ce l’hanno oppure no, per capire se conviene.

istat-1L’esito di questo raffronto?
A prescindere che questa rete complessa sia locale, nazionale o internazionale, in tutti e tre casi porta un chiaro vantaggio di performance per l’impresa in rete. Quantificabile in un aumento di circa il 5% nel valore aggiunto per addetto ad ogni “livello” di estensione e complessità di rete. Un elemento importante collegato all’innovazione e alla trasformazione digitale. Questo anche nel lavoro autonomo, che per definizione è meno interrelato: ma le reti ci sono eccome, e sono in crescita. La condivisione di clienti, servizi, tecnologia, rappresenta un vantaggio. Emerge un processo di rafforzamento delle reti, perché le imprese vanno in rete se hanno vantaggi e aspettative di vantaggi.

Cosa emerge a proposito di legami di comando e controllo delle imprese?
Dato che abbiamo imprese che hanno quartier generali e tanti stabilimenti, abbiamo analizzato quali sistemi locali abbiano una prevalenza di centri decisionali e quali una forte presenza esogena, ovvero di imprese esterne che hanno sul territorio solo delle unità locali: oltre a Milano, Roma, è emersa una maggior concentrazione di centri decisionali nel Nord Est, è una dinamica in atto. In Lombardia ci sono a Milano e Sondrio, meno nella fascia pedemontana. Il tema di fondo è che la contiguità spaziale e i legami di comando e controllo favoriscono la trasmissione di know-how e conoscenza.

Quindi il fatto che in Lombardia questa dinamica sia praticamente limitata alla città metropolitana di Milano è un problema?
I sistemi locali a controllo esogeno sono più frequenti nel Mezzogiorno, mentre in Lombardia ci sono due “macchie”, una caratterizzata da una prevalenza non forte di presenza esogena, e una caratterizzata da sistemi a bassa interconnessione, in cui prevalgono imprese monounità, tipicamente meno complesse e meno grandi, che rendono il sistema meno legato e meno interrelato.

L’analisi dell’Istat si è concentrata anche sui “pattern geografici” della produttività…
Abbiamo individuato i sistemi a produttività più elevata, da cui emergono due “sentieri”, uno più frammentato che parte da Milano verso il confine orientale, e uno più compatto da Milano verso la via Emilia. Sulla produttività dell’industria a livello locale presto saremo più precisi, grazie al “frame territoriale”, un nuovo sistema informativo con i dati delle principali variabili economiche a livello territoriale dettagliato, anche comunale, che consentirà di leggere meglio i pattern geografici del sistema produttivo».

L’intervista al presidente dell’Istat è uno degli articoli pubblicati sul nuovo numero del magazine Imprese e Territorio. Per consultarli è possibile cliccare QUI

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