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Giappone-Europa: un “affare” da 130 miliardi e 74mila imprese

foto_giappone_europaUn accordo da 130 miliardi. Si rafforza la partnership, si estendono le tutele, si dà il via al libero flusso dei dati. I due trattati firmati ieri a Tokyo, tra il Giappone e l’Europa, rappresentano un passo da gigante (questo è il maggior accordo di libero scambio della storia) in una politica internazionale che guarda in piccolo. Sul piatto ci sono tante ragioni che spingono nella giusta direzione: le aziende europee che esportano in Giappone sono circa 74mila; nel 2016, verso il Paese del Sol Levante, si sono esportati servizi per un valore di 28 miliardi e beni per 58 miliardi di euro.
Le ricadute dell’accordo sono degne di attenzione: l’incremento annuale delle esportazioni Ue sarà pari a 13 miliardi di euro. Alcune voci crescerebbero più delle altre: +51% per gli alimenti lavorati, +215% per i prodotti lattiero-caseari e +220% per i prodotti tessili. I posti di lavoro collegati alle esportazioni Ue in Giappone sono 600mila; 550mila sono invece le persone impiegate in aziende giapponesi in Europa.
Ricordiamo che l’Economic Partnership Agreement (EPA) eliminerà quasi tutti i dazi per un controvalore di 1 miliardo, perché si estende al settore dei servizi e degli appalti pubblici. Dovrebbe entrare in vigore prima della Brexit, quindi entro il 1° trimestre 2019. Lo Strategic Partnership Agreement, invece, stabilisce la cornice legale per una cooperazione a tutto campo nella promozione di strategie basate su valori comuni.

La e-fattura e il valore dei big data. Un intervento sul Sole 24 Ore di Andrea Trevisani, direttore delle Politiche fiscali di Confartigianato Imprese, accende nuove luci sull’importanza della fattura elettronica. In sintesi: un vantaggio a beneficio della conoscenza del tessuto imprenditoriale, che si potrebbe ottenere dal flusso dei big data di fatturazione, consiste nella possibilità di disporre di dati a supporto di analisi innovative sulla struttura delle filiere produttive e sulla interdipendenza tra imprese.
Inoltre, attraverso l’intreccio dei dati si potrà misurare la partecipazione delle imprese alla filiera del Made in Italy e l’attivazione della domanda di beni e servizi generata dalle esportazioni. Così come si potrà cogliere la lunghezza delle filiere nazionali, misurare l’intensità delle relazioni tra imprese dei distretti e individuare nuovi sistemi territoriali di impresa basati sull’interdipendenza economica delle unità produttive. Nello stesso tempo sarà anche possibile analizzare gli effetti della domanda pubblica su occupazione e produttività delle imprese. Trevisani chiude con questo: «In ultimo, si potrebbero associare servizi a favore delle 988mila imprese fornitrici della Pa, nel caso in cui la piattaforma che gestisce la fatturazione sia in grado di acquisire i dati dei pagamenti delle amministrazioni pubbliche».

Le pagelle fiscali archiviano il redditometro. Lo strumento sintetico per l’accertamento dei redditi si ferma ai controlli per il 2015. Insomma, il redditometro messo di fatto in naftalina dall’amministrazione finanziaria è ora in stand by: il decreto estivo del Governo blocca l’utilizzo degli indicatori per la ricostruzione del tenore di vita per gli accertamenti dell’anno d’imposta 2016. In realtà, il restyling del redditometro potrebbe non vedere mai la luce. A parte questo, il vero cambio di passo e culturale avverrà con gli Isa, gli indicatori sintetici di affidabilità fiscale. Che funzioneranno come delle vere e proprie pagelle fiscali da applicare a regime a circa 4 milioni di partite Iva. Chi conseguirà un voto alto, in base ai valori relativi all’attività economica, avrà vantaggi fiscali. E proprio in questo modo il cerchio potrebbe chiudersi, mandando definitivamente in archivio il redditometro.

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