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Welfare aziendale: lo fanno le piccole perché sentono l’impresa come una comunità

1537536198272-jpg-partito_democratico__la_sentenza_tombale_dello_storico_giulio_sapelli___e_morto_«Il welfare aziendale? Chiamatelo con il suo nome. L’unico vero che vedo in circolazione è quello delle piccole imprese». Parole del professor Giulio Sapelli, ordinario di economia politica all’Università degli Studi di Milano e storico docente di storia dell’economia (nonché aspirante premier per un giorno del governo Lega-5Stelle prima della designazione di Giuseppe Conte), a poche settimane dall’inserimento di “Ivrea Città Industriale del XX Secolo”, la Ivrea di Adriano Olivetti, nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco. «Un riconoscimento amaro perché arriva un po’ tardi» ha commentato su “Vita” lo stesso professore che alla Olivetti ci ha lavorato e che è un “olivettiano” di ferro. «Ma è anche un segnale e speriamo che serva a far nascere una nuova generazione di manager».

Professor Sapelli, oggi si parla sempre più diffusamente di welfare aziendale. Stanno tornando i tempi di Ivrea e di Olivetti?
Ma perché quel modello lo conoscono davvero in pochi. Adriano Olivetti era un ebreo convertito al cattolicesimo, aveva un’ispirazione religiosa in quello che faceva. Ma anche quello della Fiat di Vittorio Valletta, seppur meno raffinato, era un modello di welfare. La cosa essenziale di quei modelli è che il welfare era completamente gratuito. Olivetti a Ivrea, così come cento anni prima l’imprenditore Crespi di Crespi d’Adda: mettevano a disposizione degli operai le case, il medico, le scuole per i bambini. Ricordo da ragazzo ad Ivrea che ci facevano fare la pulizia dei denti. La mutua e le assicurazioni sanitarie erano garantite dall’impresa.

Altra storia?
Oggi non si ha più idea di quello che era quel modello di welfare: l’unico ancora esistente, simile a quelli dell’Italia degli anni ‘50-’70 – poi spazzati via dalla disgraziata riforma Donat Cattin che ha smantellato le mutue, e fu disgraziata per i lavoratori – è quello dei sindacati americani, che si gestiscono autonomamente le mutue.

Ma questa riscoperta non è un fatto positivo?
Sì, oggi viene riscoperto, ma a me fa un po’ ridere. Se paragoniamo le mamme che pagano la retta dell’asilo nido creato dall’azienda al modello di Ivrea abbiamo proprio sbagliato indirizzo. Un tempo non era concepibile che un operaio pagasse alcuno dei servizi di welfare forniti dall’azienda. Occorre fare un po’ la tara all’odierno concetto di welfare aziendale. Nelle grandi aziende non è welfare, sono agevolazioni per i dipendenti, che non hanno nulla a che fare con Olivetti né con Valletta.

Come mai è stato accantonato quel modo di fare impresa?
È cambiata la cultura. La controrivoluzione neoliberista ha sconfitto l’idea di impresa come comunità. Le uniche imprese che ancora sono delle comunità sono quelle artigiane. Dove gli imprenditori si fanno carico delle esigenze dei loro collaboratori, non li licenziano nemmeno nei momenti di crisi e di scarsità di lavoro, stringendo la cinghia e piuttosto vendendo l’automobile.

È nelle piccole e medie imprese che rivede la “fiamma” di Olivetti?
Quella fiamma si sta riaccendendo. Vedo che, mentre nelle grandi aziende queste idee sono sempre meno tenute in considerazione, nelle piccole e medie imprese si trattano gli operai come faceva Olivetti. Tanti fanno opere, costruiscono scuole, danno servizi e mettono in piedi welfare aziendale vero.

Gli incentivi al welfare aziendale possono essere una strada?
Ma se metti l’incentivo, è welfare assistito. L’unico modo per fare bene il welfare è che l’impresa ci guadagni. All’imprenditore conviene offrire dei servizi perché ottiene in cambio un aumento della produttività. Funziona se è una scelta volontaria dell’imprenditore di dare servizi gratuiti. Altrimenti non è welfare, perché il welfare assistenziale universale è già di per sé gratuito. Se si tratta di servizi a prezzo scontato, sicuramente hanno un loro valore importante, ma i sindacati non lo chiamino welfare.

Le città industriali, come Ivrea, venivano “disegnate” ad immagine e somiglianza delle fabbriche. Si può immaginare che in futuro il welfare aziendale – oggi ad esempio si parla di trasformare i bonus per la produttività in servizi di trasporto – torni ad accompagnare la pianificazione delle città?
Dietro alla “corporation town” di una volta c’era un piano. Quando la Fiat fece Mirafiori, si mise al tavolo con il Comune per fare un piano per i 40mila operai che, su tre turni, si sarebbero riversati in quel quartiere. Poi nel ‘62 bloccarono la riforma urbanistica del ministro Fiorentino Sullo, che voleva imporre alle città una pianificazione vincolata in accordo con le aziende, così ci siamo ritrovati con certe follie come Scampia a Napoli e altri obbrobri che ci sono anche nella periferia di Milano. Nelle piccole città la pianificazione ha funzionato meglio. Ma costruire le città sulle richieste e sulle esigenze del lavoro, a partire da una viabilità scorrevole, sono cose che insegnava già Lecorbusier. Oggi purtroppo l’urbanistica è diventata sociologia e non più pianificazione urbana.

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