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Nuove idee per il 2019: formazione e autonomia

foto_autonomia_regioniLA NUOVA IDEA DEL LAVORO PASSA DA UNA NUOVA IDEA DELLA FORMAZIONE
La domanda che si fa Franco Amicucci dalle colonne del Sole 24 Ore è questa: «Quale idea di lavoro e di impresa emerge dai primi provvedimenti della nuova legislatura?». Il quesito se lo pone a fronte di quanto deciso sull’alternanza scuola-lavoro (taglio delle ore a disposizione dei giovani), alla luce dell’impatto del reddito di cittadinanza sulla ricerca del lavoro, dell’anticipo dell’età pensionistica con Quota 100, della Flat tax per le partite Iva sotto la soglia dei 65mila euro e a causa della riduzione del credito d’imposta per la formazione d’impresa. Guardando ai giovani: i tagli all’alternanza scuola-lavoro fanno pensare che «l’esperienza del lavoro non sia centrale, e neppure formativa, per loro. In questo caso passa un solo messaggio: quello di forme puramente assistenziali (reddito di cittadinanza) rispetto all’investimento in formazione». Investimenti fondamentali per aiutare le nuove generazioni ad acquisire quelle competenze utili per affrontare i lavori ad alta intensità tecnologica, ma non solo. Ecco perché anche in questo 2019 il tema della formazione sarà centrale così, come centrale, sarà la collaborazione tra scuola, imprese, famiglia e territorio. Per una formazione che sia avanzata, ma anche continua, e capace – anche grazie alle associazioni datoriali – di coinvolgere un numero sempre maggiore di persone anche grazie ai Fondi interprofessionali.

IL REDDITO DI CITTADINANZA: SE NON TROVI UN LAVORO…
Il reddito di cittadinanza è vissuto, dalle associazioni datoriali, come una spina nel fianco. Per questo motivo: il governo avrebbe fatto meglio a concentrarsi su azioni in grado di stimolare il lavoro, e l’occupazione, piuttosto che su scelte assistenzialiste. E’ il lavoro a dare dignità. Ecco perché il percorso del reddito di cittadinanza si è fatto, in questi ultimi mesi, particolarmente articolato e con condizioni di accesso abbastanza restrittive. Una condizione centrale, all’interno del provvedimento, è questa: entro 30 giorni dalla risposta affermativa dell’Inps (che comunica all’interessato di poter beneficiare del reddito), la persona deve recarsi in un centro per l’impiego per stipulare un patto di lavoro: l’impegno è quello di cercare attivamente un posto di lavoro. Il reddito di cittadinanza ha una durata di 18 mesi, e in caso non si accettino le tre offerte di lavoro non si potrà beneficiare del sussidio.

LE IMPRESE E I BONUS PER LE ASSUNZIONI
Tre sono gli strumenti con il quali il governo sta tentando di dare un’impronta “lavoristica” alle due principali misure della manovra: Quota 100 e reddito di cittadinanza. Così ecco apparire i fondi di solidarietà aziendali, gli incentivi per le imprese che assumono al posto di chi va in pensione prima, i bonus se l’ingresso al lavoro riguarda una persona che beneficia del reddito di cittadinanza. Il bonus più concreto, per ora, è questo: il contratto sarà a tempo indeterminato, l’assegno (fino a 780 euro al mese) si trasferirà per tutta la durata residua (massimo 18 mesi) in capo al datore di lavoro, e questo indipendentemente dal fatto che ci siano state uscite con Quota 100. I Fondi di solidarietà bilaterali di settore, invece, vogliono favorire il percorso di ricambio generazionale: ai lavoratori ai quali non mancano più di tre anni al raggiungimento di Quota 100, verrà erogato un assegno previdenziale a patto che l’impresa – con accordi sindacali – li sostituisca con l’assunzione di altri lavoratori. Slegato da tali accordi, arriverà il Fondo rotativo (prestiti agevolati) che avrà il compito di incentivare i datori di lavoro ad assumere in sostituzione di chi andrà in pensione con Quota 100.

TUTTI PAZZI PER L’AUTONOMIA
Non solo il Nord, anzi
. La partita dell’autonomia (o “regionalismo differenziato”, come lo definisce Palazzo Madama) non sta interessando solo Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna (le prime tre che chiuderanno l’accordo con il governo entro il 15 febbraio) ma anche Piemonte, Liguria, Toscana, Marche e Umbria. Lazio e Campania. Basilicata, Puglia e Calabria. Sul tavolo ci sono richieste diverse, ma tutte le regioni puntano ad avere maggiori risorse a disposizione. C’è chi si concentra su sanità, beni culturali e paesaggistici, tutela dell’ambiente e dell’ecosistema (come la Campania), chi sul governo del territorio (il Lazio), chi chiede di poter intervenire sulle grandi reti di trasporto e di navigazione, coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario (la Liguria). E chi, infine, «non punta ad una macro-regione in contrasto con lo Stato» (come il Piemonte e l’Emilia-Romagna).

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