Cerca:
Home Braccio di ferro tra Italia e Francia: quanto rischiano le Pmi?

Braccio di ferro tra Italia e Francia: quanto rischiano le Pmi?

foto_conte_macron_tensioneSul tavolo una soluzione non c’è ancora. L’incontro tra il vicepremier Luigi Di Maio e il responsabile dei Gilet gialli, Christophe Chalençon, avvenuto il 5 febbraio, ha minato le relazioni tra Italia e Francia più di quanto ci si potesse aspettare. Anche perché sul tappeto il nostro governo non ha buttato solo quello: la questione migranti e respingimenti è più che mai viva. Però le tensioni ci sono, e questo è un dato di fatto. Il Quai d’Orsay ha parlato di «attacchi senza precedenti» e il Ministero degli Esteri francese, che ha sottolineato quanto questa mossa da parte del governo italiano porti a «strumentalizzare le relazioni a fini elettorali», non ci ha pensato due volte: Christian Masset, ambasciatore francese in Italia, è stato prontamente richiamato in patria. Non accadeva dal 1940. Tensioni politiche da una parte, apprensione economica dall’altra. La questione tra premier rischia di aprire una crepa anche nei rapporti commerciali tra le Pmi dei due Paesi? Lo abbiamo chiesto a Alberto Belladonna, Research Fellow di Geoeconomia dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi) di Milano.

Come potrà evolvere la situazione nei prossimi giorni?
Il ritiro dell’ambasciatore francese deciso dall’Eliseo, per quanto grave, è una misura prettamente politico-diplomatica e arriva al culmine di una lunga serie di “dispetti” ed attriti tra Parigi e Roma intensificatisi nell’ultimo periodo. Dunque, le conseguenze di quest’atto saranno in primo luogo politiche come confermato indirettamente dalle parole del portavoce del governo transalpino, il quale ha affermato che “il ritiro dell’ambasciatore non è permanente, il dialogo con l’Italia non si è mai interrotto ma serviva un segnale”. Non si può tuttavia negare che le tensioni franco-italiane traggano origine da molto più lontano, e che abbiano soprattutto motivazioni “geoeconomiche” di lunga data. Nonostante i rapporti economici presentino caratteristiche di forte interdipendenza, a pesare è soprattutto la forza francese di fare sistema grazie anche all’intervento diretto dello Stato a protezione del proprio tessuto economico, cui fa da contraltare l’assenza di una politica industriale italiana che ci fa trovare spesso svantaggiati di fronte ai principali dossier a protezione dei nostri interessi.

Cosa dovremmo fare?
Come ha ultimamente affermato l’Ambasciatore Giampiero Massolo, “per stare al mondo, un Paese deve puntare sui poteri di coalizione e di ricatto: per farlo, l’Italia deve avere però la credibilità e la capacità di pressione a livello internazionale”. Non può pretendere di agire da sola, ma deve strutturarsi e collaborare a livello internazionale per creare le condizioni per esercitare questi poteri. Nell’attuale scontro con la Francia, ci troveremmo sconfitti in partenza. A questo punto si aprono tre scenari: l’Italia abbassa i toni (probabile); si continua in schermaglie dal sentore prettamente “politico-elettorale” che coinvolgono entrambi i Paesi, o si può intensificare lo scontro (poco probabile).

Cosa rischia l’Italia non tanto a livello politico quanto economico?
Partiamo dai dati: le economie dei due Paesi sono caratterizzate da un elevato livello di interdipendenza, dal momento che la Francia rappresenta il secondo partner commerciale italiano a livello globale dopo la Germania. Il totale degli scambi Francia-Italia nel 2017 ha raggiunto quota 76,6 miliardi di euro, in aumento dell’8,3% rispetto al 2016.  Aumenti che dovrebbero confermarsi anche nel 2018 (con un +5% nei primi tre trimestri). L’Italia è il terzo “cliente” per la Francia con 35,1 miliardi di euro di vendite nel 2017, e il terzo Paese fornitore con 41,4 miliardi di esportazioni. Ne consegue un avanzo commerciale di 6,3 miliardi a favore del nostro Paese che dovrebbe aumentare del 5% nel 2018. Le esportazioni italiane provengono dai settori della Meccanica, dell’Automotive e dell’Elettronica, mentre l’Italia acquista dalla Francia essenzialmente autovetture, meccanica e materie plastiche. Nonostante la grande rivalità che si accende in alcuni settori, i due Paesi hanno dei sistemi industriali e di mercato piuttosto complementari.

Quindi, si rischia?
Senza dubbio ci sono territori italiani che, prima di altri, risentirebbero di più di una crisi dell’export: per esempio il Nord-Ovest. Infatti, tra le regioni italiane la Lombardia è al primo posto per valore delle esportazioni in Francia (9,2 miliardi di euro) con in testa la provincia di Milano (2,5 miliardi) seguita da quelle di Brescia (1,4 miliardi), Bergamo (1,2 miliardi) e dalla provincia di Varese (800 milioni). Se si intensificasse lo scontro, dato il nostro avanzo commerciale, ne saremmo sfavoriti. Però non credo nei proclami allarmistici, quindi non credo possa nascere nell’opinione pubblica francese un sentimento di rifiuto dei nostri prodotti. Tuttavia, come è stato ribadito da più fronti, è necessario lanciare un appello al dialogo costruttivo e al confronto, nella consapevolezza che la sfida non è tra Paesi europei ma tra l’Europa e il mondo esterno. Il problema, infatti, non è tanto la Francia ma il mondo. La Germania rallenta perché rallenta la Cina, e noi rallentiamo di conseguenza data la stretta correlazione della nostra industria con quella tedesca. Dunque, si tratta di trovare risposte di rilancio economico a livello sistemico europeo.

Le conseguenze per l’export delle Pmi italiane?
Non penso che nel breve periodo ci potranno essere particolari tensioni sull’export italiano e sulle Pmi. Certo, se la questione dovesse trascendere la Francia avrebbe – nei nostri confronti – più armi di ricatto di quante ne potremmo avere noi.

Quali armi?
Faccio riferimento, in primo luogo, al settore bancario-assicurativo nel quale gli investitori francesi sono maggiormente presenti in Italia. Bnp-Paribas e Credit Agricole hanno una significativa presenza in Italia. I primi possiedono Bnl, mentre i secondi hanno interessi in diverse casse di risparmio. Amundi ha comprato da Unicredit la società del risparmio gestito Pioneer. Bnp-Paribas e CreditAgricole, inoltre, sono fra i principali attori del credito al consumo con Findomestic e Agos Ducato. Infine, se si guarda agli investimenti diretti la Francia è fra i primi Paesi in Italia con oltre 1.900 imprese in cui lavorano 250 mila dipendenti. La conseguenza di questa crisi, direttamente verificabile nel breve periodo, sarà però l’aumento dell’incertezza: in economia sfocia in aumenti di percezione del rischio del nostro Paese ed inevitabili pressioni sui nostri titoli di Stato, con aumenti degli spread che si ripercuotono nel lungo periodo nei tassi di interesse praticati dalle banche alle imprese e ai cittadini.

TORNA SU