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Darwin in banca: la rivoluzione del fintech ha appena iniziato a stupire

ontology-e1525432728211Una parola inglese – disruption – riassume meglio di altre le grandi rivoluzioni di oggi. Perché dagli anni della crisi ad oggi, si sono “rotte” le modalità che stavano alla base dei processi di produzione, dello sviluppo dei prodotti, dei modelli di business, delle nuove tecnologie. Del mercato del credito e della finanza. Disruptive è anche la frase con la quale Matteo Rizzi (@matteorizzi, www.matteorizzi.me), apre questa nostra chiacchierata: «La fintech sta alle banche come Darwin sta all’evoluzione: il business non si fa più come 50 anni fa».

Parola di chi è stato nominato da Financial News tra i 40 manager più influenti al mondo in ambito Fintech. A lui chiediamo – notizia recente – quanto cambieranno gli equilibri con le licenze bancarie concesse a Facebook, Google e Amazon: c’è di che preoccuparsi? «Innanzitutto, dovremmo capire cosa si intende con “licenza bancaria” – commenta l’esperto – perché Amazon ha già qualche miliardo di dollari di prestiti fatti a Pmi, ma non solo. Tu acquisti su Amazon e puoi pagare a rate, oppure puoi chiedere un finanziamento. Facebook ha abilitato pagamenti su Messenger. Tutti questi colossi hanno app per i pagamenti su cellulare. La notizia fa scalpore ma è un po’ outdated, antiquata, e soprattutto opinabile nel suo impatto. Perché oggi c’è un ecosistema di attori che può tranquillamente fare concorrenza alle banche non solo sui pagamenti ma anche sul factoring, gestione del risparmio, strumenti assicurativi, prestiti a corto termine, ecc. Addirittura, sul lato B2B e B2C, fanno già tutto quello che fanno le banche».

fs-luxembourg-4È una rivoluzione inarrestabile. Un po’ come lo è stata quella di Uber. Il vecchio e il nuovo, per Rizzi, si possono mischiare. Proprio pensando ai tassisti, il consulente fintech ricorda quanto la app Mytaxi abbia trovato una soluzione tanto per i professionisti del settore quanto per i clienti: «Il lavoro quotidiano, per i tassisti, si è fatto più snello e agli utenti è stato offerto un servizio cento per cento smart». La parola chiave, in casa fintech, è questa: bisogna sganciarsi dai vecchi modelli economici. Al centro di tutto, però, ci deve stare una strategia precisa: «Le banche parlano tutte di digital transformation, spesso più di nome che di fatto. Gli inglesi direbbero che “è come mettere il rossetto al maiale”».

L’Italia è lenta ma non è cieca; l’apprensione nei confronti dei modi alternativi che stanno invadendo il campo del credito c’è, ma spesso si riassume in una sola frase, da parte delle istituzioni finanziarie: «Vorrei, ma non posso». In fondo è solo una questione di cultura. Anche da parte delle Pmi, che «nel mondo del credito alternativo sanno già dove andare e cosa cercare, ma devono avere fame di innovazione. Tutti, oggi, hanno bisogno di fintech: dal tesoriere della Fiat alla microimpresa», rimarca il consulente. Eccone un esempio: l’Osservatorio Crowdinvesting del Politecnico di Milano su portali autorizzati Consob, al 3 gennaio 2019, ha rilevato il balzo dell’equity crowdfunding in Italia. La raccolta fondi ha superato i 36 milioni di euro: un numero triplo rispetto al 2017.

Complicato? «Potrebbero bastare dieci dita e un browser, ma non è così perché nella “cassetta degli attrezzi” del nuovo credito ce ne sono alcuni che vanno spiegati. Non puoi dire “provo con il cacciavite” e poi vediamo cosa accade…».

Il consiglio che Rizzi offre a banche e confidi, in aggiunta a quelli raccontati dalla professoressa dell’Università Bocconi Anna Omarini (intervista alle pagine 12 e 13), è questo: guardare da vicino il mondo delle start up e diventare partner di queste realtà che sono veloci, «ti aprono la testa e ti fanno capire che all’interno della tua struttura non occupi tutte le intelligenze che ti servono per fare il grande salto. Proprio nel mondo del confidi, a portare le innovazioni più tremende sono state la ricchezza dei dati a disposizione e la velocità di calcolo. Dati non strutturali e non ufficiali che hanno una grande importanza. Dobbiamo poi ricordare che i tempi per una valutazione del credito si sono accorciati notevolmente, e che ci sono start up in grado di procedere ad analisi di dati geo-territoriali per consigliare la location cittadina più adatta per l’apertura di una nuova attività. Ecco perché anche i confidi devono diventare light».

Analisi del tessuto imprenditoriale, dei fatturati dei possibili competitor, del numero di loro collaboratori e dei relativi stipendi sono variabili che bisogna conoscere. Ma queste analisi non sono da tutti. Prosegue Rizzi: «Oggi una banca non riesce a prestare, a un fioraio, diecimila euro tre settimane prima della festa di San Valentino. Perché per quel prestito, la spesa in carta supererebbe il guadagno. E perché non possiede i dati che servirebbero per valutare l’andamento di quell’attività. Il credito alternativo ha fatto nascere le prime startup (adesso miliardarie) in Usa. In Cina saranno decine di migliaia. Tutte, nel mondo, fanno concorrenza alle banche. Questo lavoro le start up lo fanno meglio di altri, con più informazioni e a costi inferiori. Ecco perché è importante allearsi con loro: hanno un approccio smart agli algoritmi e aumentano l’efficienza di chi ci lavora insieme».

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