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Home Il lavoro c’è ma si lavora meno. Intanto a Busto, “ruggisce” il tessile

Il lavoro c’è ma si lavora meno. Intanto a Busto, “ruggisce” il tessile

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SI LAVORA MENO MA IL LAVORO C’E’: MANCANO INGEGNERI E TECNICI
Partiamo da qui: nel 2018 gli italiani hanno lavorato 2,2 miliardi di ore in meno rispetto a dieci anni prima. E niente si muove sul fronte dell’occupazione: nella fascia di età tra i 15 e i 64 anni, lavorano in Italia meno di 6 residenti su 10. Italia Oggi diffonde i dati elaborati dalla Fondazione Di Vittorio: «La qualità dell’occupazione italiana è peggiorata, come dimostrano la crescita dei lavori a tempo determinato e del part-time involontario. Il numero di occupati full-time è prossimo ai 19 milioni, mentre il numero totale di occupati in Italia è poco superiore ai 23 milioni. Ed è dovuto alla crescita dei part-time che superano ormai i 4 milioni». Per quanto riguarda i cosiddetti disoccupati nascosti (chi non cerca attivamente lavoro ma ne vorrebbe uno e sarebbe disposto ad iniziare da subito), il loro tasso è il triplo della media della zona Euro: 11,3% contro il 3,7%. La contraddizione: «A fronte di tanta disoccupazione – fanno sapere dalla Fondazione – da parte delle imprese vi è una richiesta di lavoro che rimane insoddisfatta». Secondo una ricerca Anpal-Unioncamere, il 31% delle aziende ha difficoltà a trovare personale, ci sono 1,2 milioni di contratti potenziali di lavoro che non vanno a buon fine perché mancano figure tecniche, scientifiche e ingegneristiche. Tra i tanti problemi, ce ne sono due sui quali riflettere: la mancanza di un vero orientamento universitario, e la fuga dei giovani all’estero alla ricerca di retribuzioni sicuramente più stimolanti che in Italia.

RIQUALIFICAZIONE POST CRISI: NUOVI POSTI PER IL 60% DEGLI ADDETTI
E’ quello che fa la task-force anti-crisi del Ministero dello sviluppo economico, che con gli stakeholder del territorio (si spera in una proposta di legge che includa quelli fino ad oggi esclusi: Inps, Agenzia delle entrate, istituti bancari) è riuscito, scrive Il Sole 24 Ore, «a dare un nuovo futuro a decine di migliaia di persone coinvolte in situazioni di crisi: 11mila persone su circa 18mila coinvolte in 38 tavoli di crisi dal 2012 al 2018; 3.700 su 5.800 in 16 aziende dal 2008 al 2011. Situazioni, nove su dieci drammatiche perché il nostro Paese fatica a riconoscere come possibile un processo di reindustrializzazione». Il punto è questo: quando è ormai assodato che un’azienda non ha più spazio sul mercato, «è giusto creare le condizioni per favorire l’insediamento di nuova imprenditoria, con idee in grado di catalizzare maggiore appeal». Nel programma del Mise, ovviamente, rientra anche la riqualificazione dei lavoratori interessati: «Gli imprenditori vogliono un capitale umano pronto al cambiamento, preparato non solo sul piano tecnico ma anche su quello motivazionale». Da qui parte il percorso formativo, che può «riempire i buchi» esistenti oppure forma partendo da zero per l’acquisizione di competenze mancanti. A volte, invece, si tratta solo di un problema di matching.

IL RILANCIO DI BUSTO ARSIZIO: ARRIVA LA BAVARESE RUDOLF
A fare da apripista all’azienda specializzata nel finissaggio dei tessuti, è stato Alberto De Conti, manager milanese laureato in biotecnologie e con una lunga esperienza nella Levi’s a Bruxelles e negli Usa. Scrive il Corriere della Sera: «La multinazionale tascabile bavarese (300 milioni di fatturato) ha scelto Busto Arsizio per creare un hub dell’innovazione (Hub 1922) nel settore della chimica per il tessile». A convincere gli imprenditori è stata la vicinanza di Milano, ecosistema della moda e del design che può fare affidamento sulla tradizione manifatturiera di Varese. Tra gli obiettivi, la riqualificazione del vecchio distretto tessile di Busto Arsizio: qui si faranno i prototipi che poi verranno utilizzati dai grandi marchi che producono in Pakistan, Cina o in Vietnam. Nel frattempo, la Rudolf ha restaurato la vecchia Stefano Grassi (azienda dell’800) e sa quello che l’aspetta. Dice De Conti: «Abbiamo scelto l’Italia per il fascino e la posizione di Milano, poi so che bene che se devo fare un allacciamento elettrico devo aspettare 50 giorni e conosce le ansie per avere infrastrutture all’altezza. Ma sarebbe un errore regalare ai Paesi emergenti il Know how che come italiani abbiamo nel settore».

ANCHE LO STATO PAGHERA’ L’IMU
La “stangata” si nasconde in un’ordinanza con cui la Corte di Cassazione ha condannato l’agenzia del Demanio al termine di un’infinita battaglia con il Comune di Concordia sulla Secchia, nel modenese. La decisione riportata dal Sole 24 Ore: «Lo Stato dovrebbe sborsare agli enti locali una quota di miliardi al momento difficile da calcolare». I Comuni gongolano, a partire da quello di Roma «che dovrebbe battere cassa a ministeri ed enti di vario genere». Ce n’è per tutti, perché il Demanio è titolare di immobili per un valore di 62 miliardi di euro. C’è di più: la Cassazione ha anche imposto al Ministero della Difesa di pagare l’Imu «per gli appartamenti dati in uso ai militari». Ma i sindaci avranno di che sbizzarrirsi, perché disseminati sui territori ci sono Ragionerie provinciali, caserme dei carabinieri, sedi locali dell’Agenzia delle entrate, terreni…

 

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