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Il mondo cambia in fretta, anche grazie alla fiducia

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Nella #rassegnastampa di oggi parliamo di fiducia. Chiariamo il concetto:

PMI, ATTENZIONE ALL’EFFETTO BREXIT
La fiducia nell’Europa – Il Sole 24 Ore ha intervistato il direttore di Business Europe, Markus J. Beyer. Che dice: «Esorto le piccole e medie imprese a indagare, per capire se appartengono a una catena produttiva che ha come sbocco il Regno Unito. Molte aziende, infatti, potrebbero non essere a conoscenza del fatto che il prodotto alla cui realizzazione partecipano è destinato alla Gran Bretagna, per esempio in una catena produttiva gestita da una controparte tedesca». In sintesi: fate attenzione all’effetto che la Brexit potrebbe avere sulle catene produttive. Nello specifico quelle dei trasporti, dell’agroalimentare e della farmaceutica. Anche se Beyer ritiene che dalla Brexit non saranno esclusi l’automobilistico e il chimico. In ultimo, il direttore ricorda quanto «sia molto difficile, per le piccole e medie imprese, prepararsi a queste perturbazioni: potrebbe significare modifiche importanti nella catena produttiva, da monte a valle. Inoltre potrebbe rivelarsi incredibilmente costoso, tanto più che non sappiamo quando, come e se la Brexit avrà luogo». Preservare l’integrità del mercato unico, però, dovrà essere una premura condivisa da tutti: «Infatti non vogliamo che ci sia un buco aperto nel mercato dal quale potrebbe passare merce non controllata. I controlli ai confini sono necessari», conclude il direttore.

IL CAPITALE DI RISCHIO, PER FAR CORRIERE PMI E DIGITALE
La fiducia nelle banche – Il responsabile della divisione Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo, Stefano Barrese, intervistato dal Sole 24 Ore insiste su questo concetto: «Il credito, da solo, non può bastare. Le piccole e medie imprese potranno crescere solo se faranno ricorso anche al capitale di rischio. Per questo, bisogna riuscire a portare in Italia investitori esteri qualificati». Il mondo cambia, e lo ricorda l’ex ambasciatore Usa in Italia sotto la presidenza Obama, David Thorne: «Questa non è la fine della globalizzazione, ma una fase di aggiustamento e di scambi più “regionalizzati” che globali. Negli Usa, nel 1990 solo il 3% dei cittadini aveva un passaporto. Oggi sono il 25%. I processi di apertura richiedono tempo. Ma gli investitori Usa apprezzano molto il Made in Italy e vogliono investire di più in Italia». Però è richiesto un cambio di passo: «Noi parliamo di Industria 4.0 – incalza Barrese – ma ancora oggi ci sono aziende che non hanno un sito web e si precludono la via dell’e-commerce». Ma le priorità indicate dalle stesse imprese vanno in questa direzione: rivoluzione digitale, efficientamento dei processi e innovazione. L’ostacolo principale al cambiamento, ancora prima della mancanza di competenze, «è però una certa resistenza al cambiamento stesso. Quindi la staticità della cultura aziendale». Il ruolo delle banche in tutto questo? La fiducia da parte delle imprese non le mette in discussione. Anzi, nel 2018 è cresciuta in modo rilevante «e rimane alta quella nella propria banca».

LA FATTURA ELETTRONICA CON MENO DATI
La fiducia nel cambiamento – Ministero dell’Economia, deputati di camera e senato, tecnici Sogei e Agenzia delle entrate stanno lavorando ad uno studio che porterebbe ad un maggior utilizzo della fattura semplificata, con un minor numero di dati. «Strumento – scrive Italia Oggi – al momento circoscritto a coloro che emettono fatture per importi non superiori ai 100 euro. L’idea sarebbe quella di chiedere all’Unione europea la possibilità di innalzare il limite a 400 euro per fattura». Ricordiamo che lo scarto delle fatture elettroniche respinte dal Sistema, ad oggi, resta circoscritto al 4,8%. Nel frattempo, da più parti arrivano richieste per lo snellimento delle scadenze fiscali del mese di febbraio. Per esempio il differimento al 31 marzo delle comunicazioni Intrastat (fissate al 25 febbraio) e l’esterometro (28 febbraio), che sarebbe più efficace se reso a cadenza semestrale. Infine, anche l’invio degli elenchi Intrastat potrebbe essere eliminato «in quanto costituisce una ridondanza rispetto al primo obbligo». E intanto che ci siamo, eliminiamo anche l’obbligo delle comunicazioni Iva trimestrali.

SI SCRIVE SEMPLIFICAZIONE, MA SI LEGGE COMPLICAZIONE
La fiducia nella sburocratizzazione – Sergio Rizzo firma un articolo su “La Repubblica” nel quale racconta le contorte logiche della burocrazia dei burocrati. Il disegno di legge “recante deleghe in materia di semplificazione” era stato annunciato tre mesi fa in parallelo al “decreto semplificazione”. E doveva servire «a disboscare con vigore e rapidità – scrive Rizzo – la giungla burocratica». Invece: il testo è fatto da 77.600 caratteri e all’appello manca ancora il capitolo delle norme europee. Fra approvazione della legge, decreto delegato, pareri, osservazioni e decreti bis passeranno tre anni: fra quattro, circa, dovrebbe finire la legislatura. Poi tra Commissioni, Comitati, Unità e Cabine di Regia la macchina burocratica farà il suo corso. D’altronde era il 1950 quando «Alcide De Gasperi affidò a Pio Petrilli il primo ministero “per la Riforma Burocratica”. Che poi negli anni diventò Organizzazione della Pa, Funzione pubblica (subito ribattezzato “Finzione” pubblica), Semplificazione…Cambiavano i nomi, passavano i ministri, mentre la sabbia negli ingranaggi aumentava».

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