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Home Inchieste d’impresa su Imprese e Territorio: la ripresa non c’è e l’Italia diventa più cattiva

Inchieste d’impresa su Imprese e Territorio: la ripresa non c’è e l’Italia diventa più cattiva

La crisi Torna Imprese e Territorio, il magazine bimestrale di Confartigianato Imprese Varese con un focus sulle inchieste: credito, made in Italy, autonomia di Regione Lombardia, fibra e 5G e tanto altro ancora. Sono molti i temi sui quali sono chiamate a confrontarsi le imprese. Noi abbiamo provato ad approfondirli. Partendo da una consapevolezza certificata dal Censis: la ripresa che tutti attendevano non c’è stata.

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«La delusione per lo sfiorire della ripresa e per l’atteso cambiamento miracoloso ha incattivito gli italiani». Non lascia indifferenti un passaggio – tratto dal capitolo “La società italiana al 2018” – del 52° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese. Si fa riferimento a «una sorta di sovranismo psichico, prima ancora che politico. Che talvolta assume i profili paranoici della caccia al capro espiatorio, quando la cattiveria, dopo e oltre il rancore, diventa la leva cinica di un presunto riscatto e si dispiega in una conflittualità latente, individualizzata, pulviscolare». È in questo contesto si trovano, quotidianamente, a operare le imprese. A fornire ulteriori chiavi di lettura è il direttore generale del Censis, Massimiliano Valerii.

Nel Rapporto si parla di investimenti in formazione in continuo calo: «Investe poco lo Stato, si ritrae anche il cittadino». E sempre meno giovani investono sulla formazione professionale di qualità o sulle lauree Stem: perché?
Prima di tutto possiamo parlare di un problema strutturale di natura politica, le risorse pubbliche destinate a istruzione e formazione, in termini di incidenza sul Pil, ci collocano al quartultimo posto in Europa. Ma c’è anche un problema storico, che viene da lontano, legato a un’offerta di formazione per così dire terziaria, di livello universitario, che in Italia si caratterizza in termini esclusivamente di tipo accademico tradizionale a differenza di altri paesi europei, penso a Germania ma non solo, dove esistono percorsi di formazione terziaria di tipo professionalizzante. Quando si parla dell’antico scollamento tra formazione universitaria e mondo del lavoro, i problemi lo possiamo rinvenire qui. È evidente poi che, come conseguenza, dal punto di vista dei giovani l’investimento personale nella formazione non venga più percepito come tale, ed è difficile dar loro torto. Quello che una volta, nell’immaginario collettivo, era una sorta di biglietto da visita per scalare i piani della società, oggi non è più garanzia di un processo di ascesa sociale. Effettuando un confronto con gli altri paesi europei, in Italia risulta non solamente la differenza retributiva minima tra chi è più formato e chi è meno formato, ma anche la crescita rilevante dell’overeducation, cioè il fatto che i giovani si trovino a ricoprire posti di lavoro per i quali sarebbe sufficiente un titolo di studio inferiore.

A proposito di giovani, riscontriamo che tra il 2007 e il 2017 gli occupati di età compresa tra 25 e 34 anni si sono ridotti del 27,3%, mentre nello stesso lasso temporale gli occupati tra i 55 e i 64 anni sono aumentati del 72,8%. Quanto, in tutto questo, hanno inciso la crisi e le difficoltà della Piccola e Media Impresa?
Va evidenziato che nell’ultimo decennio abbiamo perso 1 milione e 400 mila giovani occupati, anche a causa del declino demografico, ma c’è stato parallelamente un incremento di lavoratori dall’età più avanzata per effetto delle disposizioni in materia pensionistica. Questi due fattori, per le piccole e medie imprese, vogliono dire una perdita netta in termini di creatività e di nuove competenze, elementi che hanno nei giovani i fisiologici portatori. Tutto ciò si traduce in un impatto negativo che si lega anche alla bassa produttività del Paese. Tra l’altro l’attuale giovane generazione, rispetto a quelle precedenti, risulta la più formata – non c’era mai stata una tale incidenza di laureati – e la più aperta alla globalità, pensiamo anche solo alla conoscenza delle lingue straniere. E in più i giovani di oggi hanno competenze pressoché esclusive, mi riferimento a quelle digitali. Capacità che hanno influito negativamente sulle imprese ma anche sulla pubblica amministrazione.

Quali solo le possibili soluzioni?
Quando abbiamo presentato il Rapporto, ho affermato che la soluzione può essere riassunta in una parola. Anzi, tre: lavoro, lavoro, lavoro. E si crea lavoro creando crescita. Vedo due ricette, in particolare: maggiori investimenti pubblici – ricordo che nel decennio di crisi questi si sono ridotti del 32,5%, una cifra enorme – e la riduzione del costo del lavoro. Se avessi dovuto scrivere io la legge di Bilancio, mi sarei giocato tutto, anche in deficit, su queste due voci. Qui entra in gioco il famoso Cuneo fiscale, di cui si parla molto ma che non si è mai riusciti a ridurre. Chiaramente, per le imprese il costo del lavoro è una delle questioni che incidono maggiormente.

Ancora con riferimento al Rapporto, si legge di un’Italia «sempre più disgregata, impaurita, incattivita, impoverita, e anagraficamente vecchia». Questo vale anche per le imprese? Il tessuto economico è quindi disgregato?
Al centro c’è una fotografia generale della società italiana, un clima pesantemente condizionato dalla delusione per una ripresa che si era manifestata lo scorso anno e che quest’anno ci è letteralmente scomparsa sotto gli occhi. Se parliamo poi di disgregazione riferita al sistema di imprese, mi rendo conto che oggi sia difficile tenere insieme un sistema in cui condividere identità e interessi. In questi dieci anni c’è stato un processo strutturale molto importante, legato alla grossa forza dell’export. Le nostre migliori filiere produttive hanno continuato a produrre fatturati positivi non attraverso la domanda interna, ma con l’export. È quindi evidente che se un’impresa si aggancia ai flussi internazionali, risulta meno interessata a fare rappresentanza con le altre realtà dello stesso settore. Il valore dell’export, paradossalmente, in questi anni ha acuito il gene “egoista” fisiologico delle imprese. L’interesse si è spostato più su una logica di filiera verticale che di rappresentanza orizzontale.

Come invertire questa tendenza?
Sicuramente rafforzando il mercato interno. Non dimentichiamo che i consumi nel terzo trimestre dell’anno hanno avuto una crescita pari a zero, e il potere di acquisto delle famiglie risulta ancora di oltre sei punti percentuali sotto quello del 2008. Riattivare la domanda interna ridarebbe strutturalmente spazio a una riaggregazione di interessi orizzontale.

Questo clima di paura incide anche sulle startup e sull’autoimprenditorialità?
Il processo di creazione di iniziative imprenditoriali lo vediamo soprattutto tra i giovani, che per definizione sono coloro che, pur avendo subìto in prima persona in maniera maggiore i danni della crisi, sono fisiologicamente anche i più propensi a proiettarsi verso il futuro. Ma da soli non ce la possono fare. Vale la pena ricordare che nei luoghi del mondo dove c’è una maggiore capacità di fare innovazione, ad esempio nelle startup digitali, esistono strutture pronte a selezionare le migliori idee e a sostenerle con cospicue risorse economiche. È un po’ mitologica l’idea del giovane che riesce a fare con successo auto-impresa senza qualcuno che lo affianchi almeno in termini di linea di credito. Questa è una dimensione su cui in Italia siamo molto indietro, tranne qualche eccezione non vi è la propensione a investire capitali in iniziative a trazione giovanile.

Si parlava di delusione. In tal senso, si registra un Pil negativo nel terzo trimestre di quest’anno dopo 14 trimestri di crescita consecutiva. Questo fattore ha determinato una frenata nella voglia di crescere? E quanto pesa il livello di tassazione?
Il calo del Pil si ricollega al tema della domanda interna mai ripartita, e stiamo registrando anche un raffreddamento a livello di export. Sul fronte della tassazione, rispetto allo shock fiscale annunciato, con una flat tax per tutti, siamo a fare i conti con una legge di Bilancio che si sta ridefinendo in queste ore e che non va in quella direzione. La pressione fiscale è una zavorra antica, che ci portiamo dietro da tempo. Ma il problema vero è il Cuneo fiscale, il costo del lavoro, che sarebbe il primo obiettivo da aggredire concretamente.

In ultima battuta, anche l’impresa risulta “incattivita” o resta un elemento di propositività da sfruttare meglio nel contesto nazionale?
Senza dubbio la seconda ipotesi. La crisi ha prodotto una selezione quasi darwiniana fungendo di fatto da setaccio, le realtà rimaste sono quelle migliori. E con riferimento alle piccole e micro imprese, queste possono sicuramente essere la risposta alla rabbia descritta nel Rapporto. È in questi luoghi, infatti, che nascono micro comunità positive in cui imprenditore e operai, titolare e collaboratori lavorano insieme per i medesimi obiettivi. Si tratta quindi di esempi virtuosi. Anche se comprendo la delusione degli stessi imprenditori, che deriva dal non aver visto risposte di sistema agli sforzi fatti in questi anni per ristrutturarsi, ad esempio sulla scia degli incentivi per il 4.0. Se le aziende si sono rinnovate, lo stesso non si può dire del sistema.

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