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Home L’Italia che cambia scommette sulle Pmi. Dovrebbero farlo anche banche e governo

L’Italia che cambia scommette sulle Pmi. Dovrebbero farlo anche banche e governo

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IL CREDITO CHE SOFFOCA
Il Corriere della Sera intervista Giuseppe Castagna, amministratore delegato di Banco Bpm. Il banchiere dice questo al Corriere della Sera, partendo da un concetto chiave: le banche devono continuare a fare la loro parte, supportando le imprese. Perché due sono i punti: intervenire per migliorare il sistema banca-impresa-paese e chiarire quale «sistema bancario vuole avere l’Italia. Siamo cresciuti a pane e impresa, e se la banca non guarderà più all’imprenditore saremo inevitabilmente superati dai player del mercato dei capitali». Tanto per intenderci, le fintech o i colossi come Amazon o Alibaba. Castagna insiste su questo: «Noi dobbiamo essere in grado di abbandonare il localismo rimanendo, però, attenti alla crescita sul territorio. Perché una parte del sistema bancario deve seguire il territorio, e a sua volta il Paese deve investire sul sistema bancario». Purtroppo le banche hanno vincoli maggiori rispetto al passato: i crediti deteriorati e i vecchi incagli dei quali bisogna liberarsi. Tradotto, commenta ancora il banchiere, «significa che ci si debba liberare di imprese in temporanea difficoltà, perché si rischia di pensare che queste aziende non ce la possano fare. Invece si trovano in difficoltà finanziaria magari solo per investimenti che non hanno ancora dato frutti. Tutto questo potrebbe portare le banche a pendersi meno rischi, a frenare sui prestiti, ad essere meno aperte verso i progetti di ristrutturazioni aziendali». 

IL REDDITO DI CITTADINANZA NON E’ IL NUOVO WELFARE
Daniele Manca
, nella rubrica “Il Punto” del Corriere della Sera, interviene con una riflessione ovviamente pungente. Partendo dal presupposto che in Italia il ritmo di creazione di posti di lavoro è sceso all’1% e che il nostro livello di disoccupazione è ancora superiore ai livelli pre-crisi, Manca sostiene che «la creazione di posti di lavoro resta il maggiore dei problemi. Destinato ad acuirsi per averlo affrontato dal versante del welfare con il reddito di cittadinanza, e solo marginalmente da quello dell’avviamento al lavoro. Per di più ignorando che a creare occupazione sono le imprese, a dir poco ignorate in fase di Legge di Bilancio». Inclemente, Manca ritorna sul reddito alla base del quale ci sono ragionamenti incomprensibili: «Come quello di volersi preparare, con questo provvedimento, all’ondata prossima di non-lavoro determinata dall’avvento delle nuove tecnologie. Peccato che ovunque nel mondo la risposta sia stata, invece, quella di puntare sulla formazione come antidoto. Certo assicurando il necessario welfare, ma assumendo che a macchine più intelligenti debbano corrispondere persone più preparate. Lavoro e formazione sono un binomio destinato a diventare inscindibile e deve andare di pari passo con quello rappresentato da imprese e scuole».

IL NUOVO WELFARE SI CHIAMA (ANCHE) SMART WORKING
Lo fanno le grosse industrie ma lo stanno scoprendo, seppur con approcci informali, anche le Pmi. Complice, probabilmente, l’obbligo per i datori di lavoro – inserito nella Legge di Bilancio 2019 – di riservare una priorità di accesso allo smart working alle madri nel triennio successivo al termine del congedo di maternità, e a tutti quei lavoratori che abbiano figli in condizioni di disabilità. Il quotidiano “La Repubblica” ricorda qualche dato fornito dall’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano. Guardando alle Pmi: «Il 24% ha progetti di “lavoro agile”, ma di questa percentuale di imprese solo l’8% lo ha fatto con iniziative strutturate; un altro 8% non conosce il fenomeno e ben il 38% si dichiara “non interessato” in particolare per la limitata applicabilità nella propria realtà aziendale». I vantaggi dello smart working, però, sono innegabili: «Riduzione dei costi e dell’impatto ambientale, aumento della produttività e della soddisfazione dei dipendenti. Perché questi ultimi ricavano una maggiore soddisfazione per il proprio lavoro e dimostrano una maggiore padronanza di competenze digitali rispetto agli altri lavoratori». In poche parole: flessibilità, autonomia e responsabilizzazione sono alla base dei nuovi modelli organizzativi che sosterranno la futura competitività.

I BIG DATA COME PASSEPARTOUT DELLA CRESCITA
Oggi, sapere non è più sufficiente perché «occorre anche saper gestire, selezionare e sfruttare» tutte le informazioni contenute nei big data. Una ricerca condotta da AstraRicerca su 1.266 dirigenti, e diffusa dal quotidiano “La Repubblica”, dice che l’utilizzo smart, intelligente, profondo e diffuso dei dati diventa un fattore di cambiamento e vincente anche per le aziende tradizionali e non legate al digitale o all’e-commerce (74,9%), e può avvantaggiare le medie imprese sulle grandi (62,4%). Inoltre, l’uso smart dei big data viene definito dal sondaggio “dirompente” perché può ribaltare i rapporti di forza sul mercato (lo ritiene il 77,7% degli interpellati) e consentire ad alcune piccole imprese di compiere una rapida e solida espansione (76,1%)». Nelle imprese ne sono tutti coinvolti, anche chi non è specialista, e tutti potranno aiutare questo cambiamento attraverso una cultura diffusa di gestione e utilizzo dei dati.

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