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Cambia il mondo, cambia l’azienda. E il welfare diventa il nuovo motore delle imprese

img_1319Da una parte cambiano le aziende. Dall’altra cambiano la società e, di conseguenza, le persone. E allora ecco che si pone con forza, quasi ineluttabilmente, la necessità di trovare strumenti di relazione nuovi per integrare le necessità delle une (le imprese) e i bisogni degli altri (i lavoratori).
Il sostantivo chiave è il welfare. Il suo rafforzativo è aziendale. Insieme, queste due parole, si trascinano una storia che, dalla “città ideale del lavoro” di Crespi d’Adda – frazione di Capriate San Gervasio in provincia di Bergamo diventata dalla fine dell’’800 un simbolo dell’idea di lavoro in grado di eliminare il conflitto sociale – arriva fino all’oggi e a quel nuovo modo di fare impresa in grado di generare valore che sta permeando il tessuto economico nazionale.

PER CRESCERE BISOGNA TROVARE STRUMENTI EFFICACI
La certificazione di un processo irreversibile, al quale non sfuggono le Pmi, è nelle 400 pagine del rapporto “Welfare for People” sul welfare aziendale e occupazionale in Italia, promosso dalla Scuola di alta formazione in relazioni industriali e di lavoro di Adapt (fondata dal giuslavorista Marco Biagi) e dall’Osservatorio Ubi Welfare di Ubi Banca presentato ufficialmente in Fondazione Feltrinelli, simbolo di innovazione applicata al cambiamento virtuoso.
Perché welfare? E, soprattutto, perché welfare aziendale (e non solo occupazionale)? Domande che bussano alla porta delle aziende interessate a crescere, aumentare la produttività, avviare cambiamenti tecnologici efficaci, migliorare le proprie performance e, al contempo, coinvolgere attivamente in tutti questi processi il “core” stesso della propria esistenza: i dipendenti. E, con essi, i territori nei quali sono inseriti.
Perché, per dirla fuori di metafora, un territorio sano è quello dove operano aziende sane e dipendenti soddisfatti. Benessere pervasivo e diffuso per far fronte a quelle che Letizia Moratti, già sindaco di Milano e Ministro, oggi presidente del consiglio di gestione di Ubi Banca, riassume sotto il nome di «ecosistema nel quale combinare una utilità sociale con la sostenibilità economica, ambientale e finanziaria».

INTEGRARE LE RISPOSTE DELLO STATO PER PRODURRE BENESSERE
Un unicum, tra i pochi realmente efficaci, per integrare (e non, si badi bene, sostituire) il ruolo statale nel far fronte all’invecchiamento progressivo della popolazione, alla cronicizzazione delle patologie, alle crescenti necessità di assistenza e al bisogno di governare diversamente il tempo a disposizione delle persone.
Il welfare aziendale è questo, lo dicono il rapporto Adapt-Ubi Welfare e i contratti collettivi: produrre benessere, rispondere ai nuovi bisogni, coinvolgere attivamente i dipendenti nello sviluppo e nella produttività aziendale e redistribuire direttamente e indirettamente sul territorio i benefici non solo dei servizi erogati sfruttando gli incentivi fiscali ma prestazioni attraverso le quali rispondere in modo efficace ai bisogni che cambiano.
Succede in ogni epoca storica, succede anche nella quotidianità: il bisogno di comunicare sempre e comunque ha portato alla diffusione degli smartphone, l’urgenza di salvaguardare l’ambiente e, al contempo, di muoversi ha dato vita a fenomeni come Tesla, la necessità di far fronte a un nuovo modo di lavorare ha dato origine alla rivoluzione culturale del welfare aziendale.
Spiega il coordinatore scientifico di Adapt, Michele Tiraboschi: «Il welfare ormai va oltre l’incentivo fiscale (che c’è, ed è stato normato dalle manovre finanziarie degli ultimi anni) e non è da considerarsi un surrogato rispetto all’arretramento del welfare pubblico ma è la risposta ai cambiamenti del mondo del lavoro e delle relazioni industriali».
Nel settore metalmeccanico i contratti collettivi aziendali ne hanno sperimentato la validità facendo esplodere (dal 16 al 30% in un anno) la welfarizzazione del premio di risultato.

RIPENSARE IL MODO DI PRODURRE
catturaSi badi bene, prosegue il docente di diritto del lavoro: «E’ fondamentale distinguere tra welfare occupazionale, che equivale alla concessione di servizi sulla spinta dell’incentivo fiscale (se l’azienda eroga servizi per un valore cento, il dipendente riceve servizi per un valore cento contrariamente a una erogazione economica tout court, soggetta a tassazione) e welfare aziendale, che rappresenta un uso consapevole di incentivi finalizzata a ripensare il modo di produrre».
Ne viene fuori (e a riconoscerlo è anche una rappresentante del mondo sindacale come la numero uno della Cisl Annamaria Furlan) una visione moderna di impresa «in grado di unire – si legge nel rapporto – in un quadro unitario le ragioni della produttività con quelle della redistribuzione del valore creato».
Un «benessere collettivo e una crescita economica antitetici alle logiche di relazioni industriali di stampo prettamente conflittuale».
Il rapporto sintetizza il tutto con cinque parole: laboratorio dinamico di innovazione sociale.
Un laboratorio che sarebbe erroneo ricondurre a una semplice piattaforma. La piattaforma – creata da UbiBanca e adottata ormai un anno fa da Confartigianato Artser per le aziende associate – è uno strumento valido ma, mutuando il pensiero del vice direttore generale e chief wealth & welfare officer Ubi Banca Rossella Leidi, «è soprattutto un modo per mettere a disposizione un ecosistema territoriale di protezione e welfare». Passando, per esempio, da fornitori locali in grado di rispondere al meglio alle richieste di ogni specifico e singolo territorio.

FORNITORI LOCALI, SVILUPPO E ATTRATTIVITA’ DI TERRITORIO
Piattaforma non unica su scala nazionale, dunque, ma modellata sulle specificità di ciascuna area. Una scelta recepita e rilanciata da Confartigianato Artser che ha puntato sulle forniture a Km O e, tra le ultime, ha puntato su eccellenze del territorio, come il Centro Diagnostico San Nicola di piazza Monte Grappa (Varese).
Il tutto con una certezza/convinzione, ribadita da Leidi: «La salute delle aziende ha un impatto sullo stato di salute del territorio, sulla sua capacità di essere attrattivo e su quella di attirare cervelli».
Lo si è detto di recente anche in occasione della presentazione dell’indagine “La Provincia di Varese, scenari di futuro”, realizzata da The European House – Ambrosetti per Confartigianato Imprese Varese: un territorio con identità forte, elevato benessere, e indicatori sociali positivi, attira investimenti, cervelli, ricerca e sviluppo. Un circolo virtuoso di benessere economico al quale sempre più aziende si stanno avvicinando, come hanno dimostrato i tre incontri promossi sul tema da Confartigianato nel corso del 2018 nell’ambito della Rete territoriale di conciliazione vita-lavoro coordinata da Ats Insubria.
Un percorso culturale, attivo, coinvolgente e sfidante che guida le energie positive in una direzione: lavorare non solo per distribuire ma per produrre nuovo valore. Questo sì, da seminare affinché se ne possano raccogliere quantità sempre maggiori in un quadro di sostenibilità delle trasformazioni.
Ascoltare il territorio per credere che, quella indicata, è la strada giusta per tutti.

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