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Cinquemila borse in venti minuti: il record coreano di una Pelletteria made in Viggiù

fusella-1«Quando abbiamo lanciato per la prima volta le borse con il nostro marchio in Corea del Sud, durante i primi 20 minuti ne abbiamo vendute cinquemila». Parla con orgoglio Francesco Fusella, 27 anni, responsabile sviluppo e produzione della Pelletteria Fusella, azienda di Viggiù fondata 30 anni fa da papà Sandro. Il business principale è ancora la produzione per conto terzi di borse e accessori (parliamo di grandi marchi della moda come Chanel, Etro, Alviero Martini, Disquared, Maison Mollerus e tanti altri in tutto il mondo) ma da un paio d’anni, per differenziarsi, ha lanciato la propria linea di prodotti: Fusella. «Non è facile né scontato – prosegue Francesco – per una pelletteria crearsi un proprio marchio. Rischi che i clienti per cui già produci ti vedano come un concorrente e storcano il naso. Ma noi non pestiamo i piedi a nessuno, perché il mercato in cui ci siamo inseriti è diverso».

IL “CASO” DELLA COREA
Ma come si fanno a vendere cinquemila borse in 20 minuti? «Semplice, con l’home shopping, ovvero la vendita televisiva, che in Corea va tantissimo». Non pensiamo però alle televendite in stile italiano, che ci riporta agli anni ’80 e a padelle e materassi. «Lì – ci spiega Francesco, che è appena tornato da un viaggio d’affari nel paese asiatico – funzionano ancora tantissimo, anche per prodotti di lusso. Questi programmi sono così seguiti, che vi partecipano pure personaggi famosi, come attori o cantanti». La famiglia Fusella (in azienda c’è anche Federico, fratello maggiore di Francesco, che si occupa soprattutto della parte amministrativa) in Corea ci è finita quasi per caso. «Siamo stati contattati da alcuni buyer di lì perché un nostro cliente, che sapeva come lavoravamo, gli aveva fatto il nostro nome. Quando sono venuti qui a trovarci, sono rimasti estasiati». Il motivo? Hanno uno storico importante (i trent’anni vita dell’azienda), fanno solo borse di un certo livello e soprattutto hanno la produzione al proprio interno. «Al cliente italiano non interessa se una borsa è fatta in Cina o in Vietnam, ma guarda solo la marca e il prezzo. Il coreano a queste cose invece tiene molto. Spende anche di più, ma solo se è vero Made in Italy». Tant’è che, spiega Francesco, questo mercato in Italia sopravvive soprattutto grazie all’Asia, che non è mai sazia della qualità italiana.

“CAMBIARE PELLE” CON LA TECNOLOGIA
La Pelletteria Fusella negli ultimi anni ha veramente, per usare un gioco di parole, cambiato pelle. Ha comprato tre macchinari di ultima generazione (due macchine a taglio automatico con doppia testa e un’incollatrice a spruzzo) e ha introdotto l’uso dei Cad per la parte di modellistica. «È fondamentale stare al passo con i tempi e digitalizzarsi, sia per attirare clienti, sia per lavorare meglio, più velocemente e con maggiore precisione».

Non son tutte rose e fiori, però. Per la prima volta in trent’anni l’azienda è stata costretta a mettere in cassa integrazione metà dei 24 dipendenti, a rotazione. «È successo quest’anno. Non ce l’aspettavamo. Basti pensare che a fine 2018, contando anche i lavoratori interinali, che usiamo per far fronte a commesse eccezionali, eravamo arrivati ad essere in 38. Poi di colpo due grossi clienti ci hanno mollato, per spostare la produzione in Romania-Bulgaria e a Napoli, portandosi via il 30% del nostro volume d’affari». Un duro colpo, arrivato senza preavviso e dettato semplicemente dalla volontà di tagliare i costi della manodopera. Un discorso che si sente fare da anni ormai. «In Italia in questo campo è così, lavori sulla fiducia, senza reali garanzie. In questa zona c’erano una ventina di pelletterie. Ora siamo rimasti solo noi». Si continua a guardare al futuro. Il marchio Fusella in piena espansione e le nuove macchine pronte a mangiare lavoro, sono lì a dimostrarlo.

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